1995 — articolo

Vipera, Basco, forse Duccio

Addestramento guerriglia partigiana. Valle Stura di Demonte. Estate 1975. Eravamo in tre, nessuno ancora oltre la soglia dei sedici anni: il mio compagno di scuola Alfredo, mio cugino Ricky ed io. Giochi adolescenziali, naturalmente, ma non solo.

Ricky si faceva chiamare Vipera perché ne aveva una paura matta. Io avevo scelto Basco perché lo portavo sulle 23. Il soprannome di Alfredo non me lo ricordo, ma credo che avesse a che fare con le sue origini meridionali o il suo essere scuro come un marocchino. Anzi, no, dev'essere stato Duccio.

Ci rotolavamo giù dai prati di montagna imbracciando i bastoni a mò di fucile, saltando tra gli alberi come a schivare immaginarie pallottole, ci inerpicavamo su per le mulattiere con passo militare. Non credo che fossimo consapevoli del fatto che, altrove, in quegli stessi anni, c'era chi quelle marce le faceva con fucili veri e aveva sul serio disotterato le armi di ieri. Ma questa, ovviamente, è un'altra storia. Una delle tante possibili storie, che c'entra o non c'entra con quanto andremo a narrare. Comunque, in quell'estate del 1975, divertimenti a parte, Alfredo ed io ci credevamo. Vale a dire che ritenevamo non del tutto remota l'ipotesi che un giorno avremmo dovuto imbracciare le armi per "finire" quello che i partigiani avevano iniziato. Mio cugino, invece, ci veniva dietro più per divertimento che altro. Ma anche lui, che di "politica" non gliene fregava nulla, sapeva che nel nostro paese stavano accadendo fatti gravi e misteriosi. Si sentiva spesso parlare di golpe falliti per un soffio e di servizi segreti deviati, c'erano bombe e stragi, l'aprile di quell'anno aveva visto le strade di Milano, Torino e Firenze teatro di scontri tra militanti dell'estrema sinistra e fascisti, tra operai e polizia. Insomma, si respirava un'aria strana. Un'aria che, pur nello spirito vacanziero che ci animava, rendeva del tutto comprensibile quel gioco tramutato in abbozzo di addestramento. In fin dei conti, pensavamo, erano passati solo trent'anni e trent'anni, a quell'età, sono un tempo incomprensibile e un nulla, perché non ci sono ricordi che ne riempiano il senso.

E poi, quelle montagne facevano il resto. O, forse, tutto incominciava veramente da lì.

Sì, perché, in quei posti, i partigiani c'erano davvero stati. A un tiro di schioppo dalla nostra casa di Baut, al passo di Madonna del Colletto, alla congiunzione tra la Val Stura e la Val Gesso, si era infatti formata nel settembre '43 la prima banda della resistenza piemontese. In quelle montagne i partigiani avevano vissuto con la gente del luogo, avevano combattuto, si erano fatti ammazzare, avevano ucciso tedeschi, fascisti e spie. E la gente del luogo ricordava: ricordava i partigiani, la paura, i rastrellamenti, gli uomini che non tornavano dalla Russia, quelli scappati dopo l'8 settembre, quelli che si nascondevano nei letamai per timore di venir scovati dai repubblichini. Pareva ancora di poterli vedere quegli avvenimenti, tanto immutata era la montagna, il bosco e ciò che ci circondava. Sembrava che bastasse chiudere gli occhi per sentire ancora gli spari di quella guerra che si era combattuta appena trent'anni prima. Trent'anni. Tremila anni. Ma era ieri.

Quella storia che ad altri, in quell'epoca di retorica celebrativa, già non interessava più, ai nostri cervelli di quindicenni con gli ormoni in crescita appariva come una vicenda folgorante. Una storia di violenze, sangue, spari e inseguimenti, come in quei film western che avevamo tanto amato. Ma con la significativa differenza che quella storia si era svolta proprio lì, a casa nostra, in un luogo dove immaginazione e fisicità potevano coincidere. E allora i nomi di Duccio Galimberti e Dante Livio Bianco (che da quelle parti avevano combatutto, ma già a quel tempo erano scomparsi dalla memoria dei più) diventavano per noi la leggenda di cui cibare le nostre giovani cellule. Non solo padri e non ancora fratelli, ma Mito dell'uomo, come quello degli Dei greci, che popolavano non solo la fantasia ma anche la realtà dei loro terrestri concittadini. Miti, ma non eroi, soprattutto non martiri. Perché i martiri sono sempre in missione per Dio e gli eroi hanno spesso qualche macchia che li rende poi nuovamente umani.

Chi ha preso il loro posto?

Beppe Fenoglio non è morto partigiano e di questo gliene dobbiamo essere grati. Non solo perché, altrimenti, non avremmo potuto conoscere uno dei più grandi scrittori della letteratura italiana di tutti i tempi, ma, anche perché, senza i suoi libri, forse la memoria di quella storia chiamata resistenza si sarebbe definitivamente persa nei rivoli del confuso chiacchericcio di un eterno presente. Dunque, meglio scrittore vivo che partigiano morto.

Quando nessuno parlava più di resistenza, antifascismo e liberazione, io provavo nella lettura dei libri di Fenoglio le stesse emozioni, sensazioni, catarsi che mi avevano spinto, quella estate, a cercare di rivivere - anche solo per gioco - l'irripetibile pathos della lotta partigiana. E non era un caso che questo bisogno trovasse risposta proprio in Fenoglio. Ne Il partigiano Johnny, Una questione privata, Primavera di bellezza, ecc., infatti, non si narra la resistenza, ma l'Odissea, che è quella di Ulisse, di Johnny, di Milton e di tutti quegli uomini che hanno deciso di prender il proprio destino (e quello del loro popolo di famigliari, amici, conoscenti) nelle loro mani. In Fenoglio non si spiega la resistenza: si narrano fatti, pallottole che ti colpiscono in piena schiena quando meno te lo aspetti, declivi ripidi e fangosi lungo cui gettarsi, latrati di cani rimasti senza padrone, donne che la storia ha reso sgradevoli, uomini vigliacchi da una parte e dall'altra. Non si spiega nulla, ma tutto acquista senso. Fuori dalle pagine dei libri di storia, lontani mille miglia dai fantasmi della Celebrazione, i racconti di Fenoglio restituiscono, prima di tutto, un'emozione, irripetibile e eterna, com'è la vita di ogni uomo.

Non so spiegare come sono diventato antifascista. Anche perché, se devo essere sincero, non so dire con esatezza che cos'è il fascismo o che cos'è un fascista. Mi sento un po' come quel giudice americano a cui, quando chiesero di definire la pornografia, rispose che non sarebbe stato in grado di darne una definizione astratta, ma aggiunse: "Fatemi vedere qualcosa di pornografico e lo riconoscerò immediatamente".

Non so dire quale sia stato il momento in cui ho incominciato a pensarmi come antifascista, nè perché, a un certo punto della mia giovinezza, abbia scelto di stare quella parte. Sono cosciente di una sola cosa: era un'emozione, un sentimento, un' inspiegabile urgenza. Dopo sono arrivati i libri di storia, i ragionamenti, le teorie. Ma è come se fossero un posteriori utile solo a ribadire quanto già le viscere avevano assodato.

Detto questo, posso solo provarci. Dicendo, ad esempio, che, a 15 anni, quel prefisso "anti", per quanto celasse un'identità positiva e propositiva, come giustamente ricorda sempre Davide, esercitava un indubbio fascino proprio perché stabiliva un oggetto del rifiuto, una direzione a cui opporsi, un dire chiaro e tondo "che cosa non siamo". Oppure, potrei dire che, da ragazzino innamorato di storie di guerra & avventura, i racconti partigiani di mio nonno e degli altri parenti (che partigiani non erano stati, ma antifascisti lo erano diventati in epoca non sospetta) scatenavano passioni e sogni ad occhi aperti che nessuna altra italica vicenda provocava.

Ma sono solo ipotesi, senno del poi di cui non val la pena fidarsi più di tanto. In fin dei conti, non so perché sono diventato antifascista, come non so perché, a un certo punto della mia vita, mi è piaciuta una certa musica, ho amato certe donne o ho portato i capelli lunghi. E' qualcosa che scorreva nelle vene, qualcosa che non si può spiegare, ma solo vivere.

Di conseguenza, non ho alcuna idea precisa sul come si debba agire affinché altre persone diventino, a loro volta, antifasciste. Certamente, detesto i predicatori e rifuggo dai discepoli dei sacri valori della Patria e della Libertà. Credo che con il ragionamento si possa fare molto, ma non sono convinto che la Storia premi sempre chi ragiona. Quel che mi preme (obiettivo minimo invero, ma assai arduo) è che ci sia sempre qualcuno "disposto a" e "in grado di" opporsi al fascismo e ai fascismi. In Italia, il fascismo ha assunto una determinata forma storica. A quella forma, ancora oggi, si ispirano, direttamente o indirettamente, gruppi di persone da cui credo sia necessario difendersi, affinché quella storia non possa ripetersi, anche solo occasionalmente. Ma il fascismo, in Italia come altrove, si è espresso e si esprime anche al di là delle specifiche forme adottate negli anni '20/'30. E' un insieme di valori, comportamenti, abitudini antropologiche che non sono scomparse con il 25 aprile del 1945 e che invece, storicamente, hanno un forte potere seduttivo sugli italiani. Anche e soprattutto da questo fascismo, assai più difficile da definirsi per l'ambigua polimorfità che lo contraddistingue, credo sia necessario guardarsi. Non chiedetemi per quale divina finalità, o meglio, non aspettatevi altra risposta che: per la qualità della mia vita, per la qualità della vita delle persone che mi stanno attorno. Questo, per me, è l'antifascismo.

Potrà apparire una contraddizione, ma non credo che l'insegnamento della resistenza nelle scuole, così auspicato dai custodi storici di quella memoria, possa realmente servire a rendere gli italiani un popolo di antifascisti, come invece la nostra Costituzione vorrebbe. Sono invece sinceramente convinto che, più di mille lezioni scolastiche prese controvoglia e burocraticamente programmate, possano molto di più i romanzi di Fenoglio, le canzoni di Materiale Resistente, mi auguro certi film, sicuramente i racconti in prima persona dei partigiani non omogeneizzati attraverso il frullatore dei programmi scolastici.  Libri, racconti, canzoni, film non hanno la pretesa di ristabilire verità storiche impossibili da restituire in tutta la loro complessità: parlano al cuore e all'immaginazione, riempiono di uomini & donne in carne e ossa il vuoto della retorica, scatenano emozioni da mettere in serbatoio per il domani, accendono la fantasia di quindicenni disperatamente ribelli. Soprattutto, sfuggono alle lamentele e al vittimismo della politica ufficiale: restituiscono gioia & ribellione a individui che non si erano fatti sparare addosso per poi essere compianti. Quale peggior torto che narrarceli sempre in termini pietistici, sempre vittime, sempre martiri. Per dio, sono o non sono loro quelli che hanno vinto, nello scontro fisico come in quello delle dignità umane?!

Guido Chiesa