2004 — articolo

Tutte le storie parlano di oggi, e di domani

Mi si chiede spesso:  perché fare oggi un film sugli anni '70, su Radio Alice, sul movimento creativo sviluppatosi in quegli anni a Bologna?

Chiariamo, prima di tutto: Lavorare con lentezza non è un film sul '77 e nemmeno su Radio Alice, tanto meno un film nostalgico o che cerca di offrire un quadro storico di quel periodo.

E' la storia di due giovani di un quartiere periferico che, nella Bologna del '76,  vengono assunti come manovalanza per una rapina col buco. I due, per accompagnare le lunghe ore di scavo notturno, si portano sottoterra una radiolina e, contro ogni logica dell'etere, riescono a sintonizzarsi su una radio che si chiamava Alice…

Un film quindi che attraversa e mescola, possibilmente con ironia, gli anni '70, le prime radio libere e i movimenti studenteschi, il femminismo e gli operai che non volevano più andare in fabbrica, ma punta dritto verso il nostro presente e futuro.

Per spiegarmi meglio, mi affido a un ricordo personale.

Il mio '77 inizia nel novembre '76. Liceo scientifico nella tranquilla Chieri, sede staccata del Volta di Torino, divisa in ulteriori due spezzoni: le classi dei primi tre anni sono in un edificio, noi della quarta e le quinte a un chilometro di distanza. Le aule sono fatiscenti, dopo due mesi di lezioni siamo ancora senza molti professori e decidiamo in assemblea di occupare. E' la prima volta che accade a Chieri e la decisione suscita scalpore: i fascistelli ci minacciano, i carabinieri vigilano, i genitori solidarizzano ma si preoccupano. Dura un giorno: l'assemblea, viste le assicurazioni del preside, l'indomani vota per la ripresa delle lezioni. Ma il dado è tratto e per tutto il successivo anno scolastico assemblee, autogestioni e dibattiti saranno all'ordine del giorno. Così come i viaggi a Torino per le manifestazioni, i concerti o l'acquisto dei dischi e dei libri che ti avrebbero cambiato la vita: Clash, Rimbaud, Fenoglio, Coltrane, Nietzsche, Majakowskij, Sex Pistols…

Ebbene, se devo essere sincero, ripensandoci adesso, la ragione principale che mi spinse a partecipare a quell'occupazione  non fu né scolastica né politica: furono le ragazze delle prime. Essendo collocate in un altro edificio, infatti, non le potevamo mai vedere e quel desiderio generava una frustrazione che da sola mi avrebbe portato a sfidare qualsiasi autorità.

L'aneddoto è forse banale, ma il desiderio che lo ha generato non lo era: perché era quel desiderio, di una vita fatta di felicità e non di sacrifici, di godimento del proprio corpo e della propria creatività, di tempi, parole e luoghi liberati dalla logica del profitto e del lavoro, la vera "anima" di quegli anni. Non le P38, né le BR, ne gli slogan forcaioli, che pure, drammaticamente, c'erano, ma sopravvivevano come residuo disperato di un '900 che iniziava, per fortuna, a tramontare.

Parlare degli anni '70 come un'epoca di trasformazione e liberazione (e non solo come anni di piombo e stragi) vuol dire affrontare discorsi che oggi mi paiono di nuovo prepotentemente urgenti in un'epoca di nuove guerre in nome del profitto e della mortificazione dei corpi (soprattutto delle donne e dei "diversi"), di lavoro flessibile e stress da competizione, di nuovi poveri e giovani senza futuro.

Per suggerire forse che le vere trasformazioni non possono più accadere nel cielo della politica, bensì in quel magico cortocircuito di bisogni, desideri e gioiose rabbie che nel film passano attraverso una radio chiamata Alice, le canzoni di Patti Smith e Frank Zappa, Area e Rino Getano.

Guido Chiesa