2008 — articolo

Le pere di Adamo: presentazione

Le pere di Adamo è un documentario-saggio, un racconto per immagini, suoni e parole che attraversa discipline e realtà diverse, apparentemente estranee, che nel corso della narrazione ci appaiono più vicine, intrecciate, figlie di una medesima tensione: dalla scienza alla cronaca sociale, dalla vita quotidiana alla meteorologia, dall’arte alla politica. Un viaggio che fluttuando interroga e stimola lo spettatore per suscitare connessioni inedite, mescolare piani separati, proporre associazioni audaci. Un film che utilizza il linguaggio audiovisivo in tutta la sua potenzialità combinatoria, rifiutando i dogmi delle classificazioni di genere, e chiedendo invece la costante collaborazione di chi lo guarda. Con un montaggio rapido e musiche volteggianti, sequenze di animazione e materiali di repertorio, mantenendo sempre un tono leggero, quasi danzante.

In principio c’è un’analogia. Un’affinità soprattutto visiva, forse poetica: i movimenti  sociali assomigliano alle nuvole. Come le nuvole, arrivano, accadono, scompaiono.

Talvolta generano disordini, lutti, sofferenze, così come le nuvole possono portare pioggia, grandine, uragani. O anche, semplicemente, un po’ di ombra.

Quando i movimenti sociali ottengono quel che vogliono – e ciò raramente accade – essi si sciolgono o diventano qualcos’altro: istituzioni, partiti, governi.

Contro cui, con il passare degli anni, nasceranno nuovi movimenti sociali.

Prendiamo, ad esempio, il movimento dei lavoratori francesi dello spettacolo, i cosiddetti Intermittenti, che nel 2003 hanno turbato l’estate culturale transalpina, bloccando festival teatrali, set cinematografici, eventi musicali. Sullo schermo scorrono le immagini delle loro manifestazioni: variopinte, creative, combattive, a tratti turbolente. Proprio come quelle di tanti altri movimenti. Ascoltiamoli per conoscere le ragioni della loro protesta: la riforma del sussidio di disoccupazione che garantisce un indennizzo, nei frequenti periodi di inattività, a categorie di lavoratori discontinui come attori, musicisti, tecnici di teatro, ecc. Scopo della riforma: rendere più difficile l’accesso al sussidio. Gli Intermittenti sono consapevoli che la loro rivendicazione rischia di apparire immotivata: molti infatti pensano che quella dei lavoratori dello spettacolo sia una categoria privilegiata. Ma i manifestanti fanno invece notare che molti di loro faticano ad arrivare a fine mese che la loro condizione, per molti aspetti, è simile a quella di un crescente numero di lavoratori precari, perché il lavoro discontinuo, occasionale, sta tornando ad essere la modalità generale dell’impiego dopo quasi un secolo di contratti a tempo indeterminato.

A vederla da lontano, quella massa di uomini e donne che nel 2003 invase le strade di Avignone, Parigi, Lione, pare un indistinto agglomerato di individui tutti tesi verso un unico, incrollabile obiettivo: bloccare la riforma del loro statuto. Ma è proprio così?

Torreggianti cumuli africani, poderosi nembi islandesi, meravigliosi cirro-strati filmati da un aereo in volo: anche la nuvola in cielo appare come un oggetto compatto, denso, definito. Perfino quando non è isolata ma aggregata ad altre, la terminologia utilizzata sottende una visione uniforme, omogenea, indifferenziata: fronte o corpo nuvoloso. Ma che questa sia solo una parte della realtà ce lo spiega il meteorologo Luca Mercalli, un rubicondo quarantenne dai vivaci occhi azzurri, reso celebre dalla trasmissione televisiva “Che tempo che fa”. Lo seguiamo in alta montagna, poco lontano dalla sua abitazione a una trentina chilometri da Torino, dove Luca ci racconta prima di tutto che la leggerezza delle nuvole è solo apparenza: un piccolo cumulo estivo può raggiungere il peso di 4000 tonnellate! Ma, soprattutto, non ci sono due nuvole uguali. Il perché è semplice: ad un esame ravvicinato, una nube risulta formata da un’enorme numero di particelle in costante movimento.

Anche la massa degli Intermittenti, vista con la lente d’ingrandimento, appare meno omogenea della percezione iniziale. Seguiamo ad esempio le vite della ballerina Mitsou, del musicista Lo Glasman e delle attrici Sandra e Mariline: tutti residenti a Parigi, tutti a vario titolo impegnati nel movimento, tutti alle prese con le incertezze di un lavoro senza continuità e garanzie. Le loro similarità, a ben vedere, si fermano qui. E non solo perché hanno caratteri dissimili (l’incerta Sandra, la genuina Mitsou, il riflessivo Lo, la determinata Mariline), o perché diversi sono i mille rivoli affettivi in cui si dipana la loro esistenza quotidiana, o perché hanno difformi gradi di esperienza e consapevolezza politica: le opinioni stesse che esprimono sulla protesta degli Intermittenti, e le soluzioni che immaginano, differiscono sia nei contenuti che nella forma. Sandra ritiene che l’idea medesima di Intermittenza vada rimessa in discussione, perché rischia di trasformare gli artisti in burocrati. Mitsou vuole semplicemente bloccare la riforma, perché è preoccupata che peggiori le sue già precarie condizioni di vita. Lo Glasman riconosce che la vecchia legge ha generato privilegi e storture, e domanda alle istituzioni una riforma più giusta e equilibrata. Mariline infine vede la lotta degli intermittenti come la punta dell’iceberg per la difesa dei diritti dei lavoratori precari: colpire gli intermittenti è un modo per colpire ogni forma di regolamentazione del lavoro discontinuo. Sia esso di artisti che hanno scelto un lavoro creativo, sia di commesse del supermercato, ricercatori universitari o lavoratori dei call center che non hanno scelto ma subito la flessibilità.

“Potremmo fare a meno delle nuvole, del loro transito incessante e infinitamente mutevole?”, si domanda Luca. Le loro forme, da sempre, ci ispirano ogni sorta di suggestioni, visioni, auspici. Al pittore come al bambino, all’innamorato come al poeta. Abbiamo con esse una familiarità ancestrale, istintiva, ma nella maggior parte dei casi ne ignoriamo l’origine, le caratteristiche, il ruolo essenziale che svolgono di congiunzione fra cielo e terra. Un ruolo che Luca così ci sintetizza: le nuvole, e le perturbazioni di cui fan parte, sono delle immense e poderose macchine produttrici di energia, senza cui nulla di ciò che ci circonda sarebbe possibile. Esse sono necessarie alla vita. Anche quando generano fenomeni devastanti e incontrollabili, le nuvole non fanno che restituire alla terra quella energia che la terra stessa ha prodotto. Uragani, pioggia, neve, nebbia: energia.

L’analogia si arricchisce di un nuovo parallelismo: anche i movimenti sembrano restituire alla società, sotto forma di mobilitazione e dissenso, quello che la società stessa ha prodotto, generato, messo in moto. Su questo aspetto i nostri quattro parigini concordano: la loro protesta nasce, prima ancora che da un progetto politico, da ansie, tensioni, incertezze, implicite nel loro lavoro, ma rese più pesanti e ingestibili dalle scelte dell’economia e dei governi. La politica oppone alle loro rivendicazioni la logica dei numeri e dell’efficienza, dimenticando che quelle che ha di fronte sono persone, dotate sì di ragione ma anche di emozioni, istinti, passioni. E’ come se, azzarda Mariline, la politica non volesse capire che i movimenti sono necessari per l’evoluzione delle società: con il loro agire, essi  garantiscono la trasformazione, il mutamento, che sono l’essenza della vita stessa.

Come le nuvole.

Luca ci racconta uno splendido esempio di come anche la scienza si sia resa conto che la logica razionale, quella dei numeri per intenderci, non riesce a comprendere tutta la realtà, tanto meno a prevederne l’evoluzione, ossia a governarla.

Gli individui si sono sempre posti la domanda: che tempo farà domani? Fino al XVII secolo, la risposta era per lo più affidata a oracoli, maghi e ogni razza di ciarlatani. Ma dopo le grandi scoperte scientifiche dal ‘600 in poi, si fece strada la convinzione  che, assegnando delle quantità – dei numeri - ai fenomeni meteorologici, si sarebbe arrivati a capire l’evoluzione futura del tempo.

Nel bellissimo studio di un grande ricercatore dell’800, Padre Denza, fondatore della Società Italiana di Meteorologia, Luca ci mostra pagine e pagine di cifre e tabelle scritte a mano con certosina pazienza: precipitazioni, nebbie, pressione atmosferica, ecc. Eppure la previsione meteorologica non faceva un passo avanti.

Verso la fine del XIX secolo, i matematici ebbero un’intuizione felice: “basta accumulare dati, prendiamo questi numeri e simuliamo dei modelli di evoluzione atmosferica”. L’idea sembrava vincente, ma fino all’arrivo dei primi computer, 50 anni più tardi, i progressi furono insignificanti.

Con l’arrivo dei calcolatori, la capacità di predirre il tempo atmosferico migliorò enormemente, ma la previsione esatta ancora non arrivava. Anzi, più ci si allontanava dal momento iniziale della simulazione, più la previsione appariva del tutto errata.

Negli anni ’60, un matematico-metereologo americano, Edward Lorenz, scoprì il perché: se non si conoscono alla perfezione le condizioni di partenza di un dato sistema, basta un piccolo cambiamento per rendere imprevedibile il suo corso futuro. In effetti, solo in laboratorio è possibile conoscere al 100% le condizioni di partenza di un dato sistema, mentre nella realtà, nel mondo vivente, questo non può accadere. L’hanno definito l’effetto farfalla: “il battito d’ali di una farfalla in Brasile può causare un tornado in Texas”. Luca lo spiega così: “La previsione perfetta è un miraggio. La scienza meteorologica ha trovato il suo limite”.

A questo punto del nostro percorso, però, un’obiezione si leva forte e decisa: “Che confusione, ma non vi hanno insegnato  scuola che mele e pere non si possono mischiare?!”.

A pronunciarla è uno scienziato di mezz’età che, come in tutti i cartoni animati che si rispettano, ha il camice bianco, un naso buffo e gli occhi simpatici, un telescopio puntato sull’infinitamente grande e un microscopio sull’infinitamente piccolo. La sua logica non fa una grinza: come si può paragonare un evento umano, come i movimenti, e uno appartenente alla sfera della realtà fisica, come le nuvole? Le leggi che regolano i secondi non possono applicarsi pedestremente ai primi: le nuvole sono oggetti misurabili, quantificabili, scientificamente analizzabili; i movimenti sono composti da persone in carne e ossa, la cui complessità non è riducibile a semplici variabili politiche, sociologiche, genetiche, biologiche, economiche e chi più ne ha più ne metta.

Le persone non sono nuvole, e su questo non ci piove, ci assicura il meteorologo. Ma siamo sicuri che c’è veramente tutta questa differenza? Che tutto è così chiaro, definito, certo? E se non lo è, perché continuare a pretendere che i numeri, la logica razionale, possa decidere da sola i destini umani quando anche nel campo della materia essi non sembrano “spiegare tutto”, tanto meno prevederlo?

Ed ecco comparire, per aiutarci nel nostro percorso, un altro personaggio, il ventenne e brufoloso Iain. Viene dalla fredda eppur verdissima Scozia e nella vita vuole fare… beh, difficile dirsi.

Sì, perché Iain studia e pratica due discipline che, pur avendo delle apparenti affinità, prevedono percorsi accademici ben differenti: matematica e musica. Eppure a Iain piacciono entrambe e non rinuncerebbe mai a una delle due discipline, tanto da essere costretto a degli incredibili tour de force per incastrare insieme gli studi di matematica pura e la direzione dell’orchestra che conduce da due anni, lo studio della viola, il coro in cui canta e la passione per la musica tradizionale celtica.

Ma come e perché conciliare interessi così distanti?

Una prima sintesi la fornisce il corso sperimentale all’università di Edimburgo frequentato dallo stesso giovane: Matematica e Musica.  Musica fatta con i numeri quindi? A sgombrare il campo dagli equivoci ci pensa subito Iain, profondo a dispetto della tenera età, umile nonostante la tenera età: la musica ha una logica, ma la musica fatta con i numeri non va da nessuna parte. Manca l’emozione, quel qualcosa di irriducibile alla razionalità, alla logica dei numeri appunto, che ce la rende così seducente, o commovente, o anche semplicemente e irresistibilmente ballabile.

Iain non rinuncerebbe mai alla musica o alla matematica, perché pur cogliendo le differenze tra i due mondi, sa che significherebbe abbandonare una parte importante di sé, una parte che siamo abituati a pensare separata dall’altra, ma che forse, in realtà, non lo è affatto. Anzi, le due parti sono perfettamente integrabili, purché una la smetta di credersi superiore all’altra.

Il nostro cartone animato sa bene che i suoi ispiratori e maestri, i cui ritratti spiccano nel lunghissimo corridoio che conduce al suo laboratorio, avrebbero disapprovato questi ragionamenti. Da Cartesio a Marx, da Diderot a Einstein, da Bacone a Keynes, il pensiero razionale, illuminista, da cui deriva la scienza moderna, si è preoccupato di separare, dividere, parcellizzare, nella convinzione che solo riducendo la realtà a parti minime, empiriche e quantificabili, si potesse comprendere come era fatta e, di conseguenza, come governarla. E via quindi a disgiungere la scienza dall’arte, la filosofia dalla religione, la ragione dall’emozione. E poi ancora a suddividere la scienza in tante discipline distinte, a sua volta ulteriormente sminuzzate in tanti microcosmi isolati e autosufficienti. Che hanno finito per non parlarsi l’uno con l’altro.

Solo che poi queste mille scienze separate, durante il secolo appena trascorso, si sono ritrovate, ognuna per conto suo, tutte nello stesso luogo e condizione: c’è un limite intrinseco oltre cui non sono riuscite ad andare, un muro contro cui è stato inevitabile cozzare. Tanto da dover introdurre nel proprio vocabolario concetti come incertezza, probabilità, indeterminazione, caos, complessità, incompletezza. Tutti vocaboli che, nella loro stessa accezione letterale, ci introducono a un’idea di scienza meno monolitica, certa e assoluta di quel che siamo abituati a pensare, o di quello che spesso gli stessi scienziati vogliono farci credere. La scienza, insomma, ha fatto propri, sebbene in una luce del tutto originale, concetti che apparivano esclusivo dominio di altre forme del sapere umano, come l’arte o la filosofia, abituate da sempre a fare i conti con nozioni quali dubbio, transitorietà, relatività.

Anche la politica moderna, figlia dello stessa tensione razionalista, sembra disattendere le speranze di coloro che credevano nella sua capacità di governare in modo equo, democratico e solidale.

In effetti, tutti i principali schieramenti politici francesi sono convinti che la flessibilità del lavoro sia necessaria, perché il lavoro fisso, a tempo indeterminato ha costi insostenibili. Lo dice l’economia, la finanza, la matematica! Eppure è facile vedere quali siano gli effetti collaterali di queste scelte economiche e legislative: ansie, incertezze, angosce. Oppure, una macchina burocratica (mille uffici, mille diversi tipi di sussidi, mille sigle) che rischia ad ogni passo di diventare un incubo in cui i problemi aumentano e le inquietudini permangono.

I nostri intermittenti sono drastici: la politica obbedisce a scelte economiche e finanziarie che non tengono conto dei nostri bisogni profondi. Nessuno vuole tornare al posto fisso – a sua volta foriero dei problemi affrontati dai movimenti del passato – ma non si puà nemmeno permettere che le leggi dell’economia trasformino in angoscia il nostro orizzonte quotidiano.

Un nuovo paradigma è necessario.

Anche Luca Mercalli fatica a essere incasellato in una sola definizione: meteorologo, climatologo, divulgatore scientifico, attivista ambientalista.

Lo seguiamo in cima ad un ghiacciaio dove un ente pubblico lo ha chiamato a fare delle rilevazioni. Negli ultimi cinque anni, ci spiega, lo spessore dello strato congelato è diminuito del 60%. Questo mutamento ambientale dipende da una miriade di fattori: l’impatto dell’inquinamento dovuto allo sviluppo industriale; le motivazioni economiche che lo hanno determinato; l’assetto politico che lo ha reso possibile; lo stato psicologico che ha condotto alla scelta di un determinato modello di sviluppo. E via rincorrendosi, in un’apparentemente infinita serie di concatenazioni e variabili che dipendono l’una dall’altra.

La scienza classica ha ottenuto risultati straordinari, consentendo all’umanità di comprendere meglio sé stessa e il mondo in cui vive. Le sue applicazioni, tecnologiche e non, hanno poi permesso all’uomo di risolvere problemi millenari e di migliorare le proprie condizioni di vita. Ma la scienza classica ha preteso anche di dichiararsi superiore e separata, nella sua presunta oggettività, dalle altre forme del sapere.

Eppure, persistere in questa direzione, facendo finta di non vedere questi legami, cosi come lo scienziato  classico “eliminava” le piccole imprecisioni dei suoi esperimenti ritenendole ininfluenti, non solo finisce con l’essere scorretto dal punto di vista della scienza medesima, ma alla lunga risulta eticamente irresponsabile.

Eppure, riflette Iain, io non credo che la conoscenza del mondo che otteniamo attraverso i numeri o gli esperimenti sia superiore a quella che raggiungiamo attraverso la musica, o che altri possono conseguire attraverso la pittura, la letteratura, la filosofia, la meditazione, ecc. La logica dei numeri non funziona alla perfezione nemmeno quando siamo nel campo, isolato e ovattato, della pura matematica: figuriamoci come può funzionare bene quando siamo alle prese con la realtà!

La musica di Iain, le nuvole di Luca, le attese degli intermittenti, ci raccontano di un mondo in cui non tutto può essere condotto alla razionalità, al calcolo, alla logica pura. In cui l’incertezza e la probabilità sono naturale compagne di viaggio, ma dove non per questo i nostri personaggi abbandonano l’aspirazione al conoscere, al comprendere, al bisogno inesauribile di verità condivise. Un po’ meno meccaniche di ieri, un po’ meno lontane di domani.

Così come lo scienziato del nostro cartone animato che ha finito per scoprire che il suo corridoio è in realtà infinito e,  al suono di una musica allegra, è volato in cielo dove non c’è nulla di separato, ma tutto sta insieme: ragione e emozione, materia e spirito, mente e corpo, numeri e poesia.