Il reale e l'ideale (sulla situazione del cinema italiano): articolo per Cineguru
Alla vigilia dell'uscita del mio ultimo film, CLASSE Z (2017), scrivevo quanto segue sul mio blog (www.guidochiesa.net): “Sette anni fa il mio film, IO SONO CON TE, usciva con ottime recensioni, le migliori che avevo mai ricevuto. Incassava un totale di 100.000 euro quando ne era costati quasi 3 milioni (Mibac e Rai principalmente). Per me un esito inaccettabile, a maggior ragione perché era il film che più avevo inseguito e amato. Da questo episodio e da altri che coinvolgevano i miei colleghi, mi resi conto che qualcosa stava cambiando nella fruizione del cinema in Italia, in particolare di quello italiano. Quello che è accaduto negli anni successivi mi ha confermato che c'era qualcosa di corretto in questa analisi. (…) Non potrò mai ringraziare abbastanza la Colorado per avermi offerto, in questa delicata fase, la possibilità di realizzare commedie. In realtà, io avrei cominciato a farle molti anni prima, ma altri non avevano avuto fiducia nella mia capacità di gestirle. Li capisco: fare film costa, tanto, ed è sacrosanto che i produttori ci pensino su cento volte prima di investire su persone che non sembrano offrire sufficienti garanzie. Altrettanto, non ho nessuna nostalgia per il passato. Se me ne daranno modo, tornerò volentieri a fare i cosiddetti film d'autore, ma non ho nessun desiderio, né posso permettermi, di impegnare anni della mia vita in progetti che, quasi di default, non hanno che pochissime probabilità di recuperare i soldi investiti, ossia di essere visti dal più ampio numero di persone possibili. Non faccio, ne ho mai fatto, i film per me stesso, o una ristretta nicchia. Se queste condizioni non ci saranno, vorrà dire che farò altro. La vita è molto di più del cinema e il reale, come dice qualcuno, è sempre superiore all'ideale”.
Alcune settimane dopo il critico e amico Mauro Gervasini, ricordando la presentazione di IO SONO CON TE a Varese, commentava quanto sopra sul sito di FilmTV (http://filmtv.press/news/183036). Riepilogo alcuni passaggi del suo intervento perché mi permettono di allargare il discorso dal caso personale alla situazione generale del cinema italiano.
1.Scrive Gervasini: “Grazie a una partecipazione non solo professionale dello stesso Guido, quella non fu una proiezione come le altre”. Senza offesa per Mauro e gli spettatori di quella serata: ho seguito IO SONO CON TE in oltre 200 proiezioni in giro per l’Italia. Dopo 3 anni, ricchi di piacevoli incontri, non solo non avevo guadagnato abbastanza per viverci, ma avevo anche sottratto tempo alla famiglia, a me stesso, nonché alla progettazione di nuovi lavori. Nessuno mi aveva obbligato a farlo, sia chiaro, ma non era certo una prospettiva praticabile.
2. “Credo che nessuno sia uscito da quell'incontro uguale a come ci era entrato” (cit.). La pratica dell’evento/dibattito - per quanto forse arricchente per lo spettatore – è una modalità “dopata”. Primo perché ci dovremmo chiedere quanti tra i presenti quella sera sarebbero andati al cinema a vedere il film se non ci fosse stato “l’evento”. Secondo perché qualsiasi film dovrebbe parlare da sé. Ho imparato molto vedendo ANDREI RUBLEV o OMBRE ROSSE senza aver mai presenziato a un dibattito con Tarkowski o Ford. Ciò detto, non ho nulla contro le proiezioni con dibattito, ma non possono essere che l’eccezione, non la regola.
3. “Aggiungo che se tra altri sette, o quattordici, o ventuno anni dovessimo ripetere la medesima esperienza guardando IO SONO CON TE avremmo lo stesso risultato, mentre non credo che ci ricorderemo di BELLI DI PAPA'” (cit.). Qui entriamo in un campo minato con il rischio di inoltrarci in un dibattito infinito (film d’autore vs film commerciale). Mi limito quindi a riportare un’esperienza personale. Il fatto che persone che vanno poco o mai al cinema dopo aver visto BELLI DI PAPA', in sala o su Sky, mi abbiano scritto che il film li aveva fatti commuovere e riflettere, è stato motivo di grande soddisfazione. Spero che tra 7, 14, 21 anni BELLI DI PAPA’ sia ricordato con affetto da questi individui, al pari di IO SONO CON TE che è stato visto e analizzato da un ristretto cenacolo di persone “colte”. Per me non esistono spettatori di serie A e di serie B.
4.“Questo discorso ha a che fare con la volontà politica di investire in qualcosa che abbia come unico parametro un valore non negoziabile, non quantificabile economicamente. Potrà essere storico, linguistico, culturale in senso ampio, fate voi” (cit.).
Qui, ahimè, casca l’asino. Per quasi trent’anni, almeno fino alla fine dello scorso decennio, il cinema italiano è stato sostenuto da forti contributi statali proprio sulla base del principio esposto da Gervasini, la famosa “eccezione culturale”: aiutare la produzione cercando di metterla al riparo dalle limitazioni e censure del mercato. Io stesso ne ho beneficiato (3 film su 7 della mia filmografia sono stati finanziati così) e quindi non sputo nel piatto dove ho mangiato.
Parimenti, tutti conoscono lo spreco che ha accompagnato questo tipo di stanziamenti. Nel corso degli anni, oltre ad opere meritorie e altre meno riuscite ma sicuramente degne di rispetto, sono stati sostenuti film il cui principale valore di merito risiedeva nell’amicizia politica tra gli erogatori e i beneficiari, nonché dal clientelismo o dal mero nepotismo. Un conto è la necessaria e indispensabile realizzazione di nuovi prototipi, la ricerca di nuove storie e nuovi modi di fare cinema. Un altro è il tenere in vita privilegi e posizioni di rendita non giustificate in alcun modo dal mercato, e spesso nemmeno dalla filiera festival/critica. Il problema non era solo la qualità dei comitati o la “moralità” dei loro membri. Conosco tanti membri di quei comitati che hanno cercato di fare altrimenti, ma si sono regolarmente scontrati con meccanismi che solo una profonda mutazione antropologica (che necessita di tempi lunghi) potrà scalfire.
Con questo non voglio dire che bisognerebbe eliminare o ridurre ulteriormente i finanziamenti pubblici, ma che non c’è da stupirsi se nell’ultimo decennio c’è stata una riduzione nelle erogazioni.
Una riduzione che, a ben vedere, non ha però sortito gli esiti previsti. In base alla logica del “meno soldi pubblici, più capitali privati”, si puntava infatti a produrre un numero minore di film, i quali però avrebbero goduto di maggiore “protezione” in fase di distribuzione. Nulla di ciò è successo: il numero dei film non è diminuito, e l'unica cosa che è scesa sono i budget. Inoltre, il cinema d’autore ha visto i suoi incassi calare al pari del suo complessivo impatto culturale. Questo evidentemente perché non basta intervenire sui meccanismi di finanziamento, senza porre mano anche a tutta la filiera, dalla sala ai passaggi televisivi, per proseguire con il web e la pirateria.
In tutto ciò, quel che resta del cinema italiano non è mai veramente entrato in crisi (quasi) esclusivamente grazie alle commedie, le uniche che, pur con alterne vicende, riescono ancora a bilanciare la forbice tra costi e ricavi. Una forbice che continua ad aumentare senza che nessuno riesca veramente ad affrontare il problema, al netto dei mugugni, della demagogia dei mercoledì a 2 euro o dell’irrisolvibile questione della qualità, che è certo fondamentale ma non essenziale, come dimostrano i tanti film spesso esaltati dalla critica e poi ignorati dal pubblico (se poi Hollywood si reggesse SOLO sulla qualità, credo che da un pezzo avrebbe chiuso battenti…).
6. Sembrerà strano dopo quello che ho scritto, ma ho la sensazione che parte delle difficoltà del cinema italiano dipendano anche da un “clima”. La maggior parte degli addetti ai lavori, ME INCLUSO, in questi anni ha reso un pessimo servizio al settore, dando l’impressione che, come per il resto del paese, anche qui tutto vada male, tutto faccia schifo. I film, dice questa vulgata, sono brutti, i registi non sono capaci e le sceneggiature penose, i produttori non capiscono un’acca, i finanziatori pure… Al massimo si osanna qualche nome, giusto in tempo per impallinarlo non appena ha successo o deriderlo perché “sì, fa bei film, ma hai visto quanto ha incassato?”. Per non parlare poi della solita giaculatoria esterofila e provinciale.. È un clima di malcelato disprezzo che si respira in ogni recensione, articolo, dibattito, ecc., specie sul web. Come se quasi ogni comunicazione attorno al nostro cinema nascondesse una “matrice” reale fatta di scetticismo, cinismo, rancore, sarcasmo, invidie, lamentele e “gufate”.
Forse è vero che gli spettatori sono stati delusi dai recenti film italiani, ma così è sempre, periodicamente successo, basta rileggere le cronache. Altrettanto, dovremmo fare meno film (non lapidatemi: ne ho fatti 7 in 27 anni…), ma che il pubblico li ignori a priori tutti, come sta accadendo in questo periodo, è decisamente indice di un pregiudizio.
Chi riesce oggi a fare film in Italia merita di essere in ogni modo aiutato a trovare un pubblico, a cominciare dalla creazione di un ambiente positivo. Produttori, registi, sceneggiatori, attori, ecc. possono fare film più o meno riusciti, possono sbagliare, possono anche fallire, ma sono parte di un settore (ancora) vitale, che dà lavoro a tanta gente, soprattutto giovani: mandarlo al macero non credo che farebbe bene a tanti, inclusi giornalisti, operatori culturali, responsabili di festival, ecc.
Ovviamente, non sto dicendo che non si debba giudicare, o peggio ancora tacere per amor patrio. Per carità. Ma tra l’analisi critica, anche spietata, e la proliferazione di una persistente epidemia di sfiducia credo che ne passi molto. Tutti hanno il dovere di darsi da fare, di inventare nuove strategie e percorsi, non solo i cineasti.