2000 — articolo

Il partigiano Johnny: articolo per Lo Straniero

All’inizio c’è una questione etica. Come, del resto, alla fine.

Ho letto per la prima volta Il partigiano Johnny a 18 anni, primo esame all’Università, docente Angelo Jacomuzzi, corso su Fenoglio e Leopardi: il pessimismo della ragione e l’ottimismo della volontà fatti romanzo e poesia. Affascinato da quella lingua magmatica e provvisoria, travolto da quel personaggio così indefinibile eppure straordinariamente vicino, messo al muro da una Resistenza combattuta senza retorica e scritta con ancor meno. I turbamenti del giovane Guido passano anche da lì.

Se tengo conto solo del dato temporale, posso dire di aver incominciato a pensare ad un film tratto da Il partigiano Johnny una quindicina d’anni fa. Ma in questi anni quanti diversi film mentali tratti da Il partigiano Johnny sono passati davanti ai miei occhi! All’inizio era la lettura anti-retorica benché passionale della Resistenza a farla da padrona. Quindi, ha preso il sopravvento un approccio laicamente umanista, in cui la storia diventa coltello che attraversa le carni degli uomini. Poi, gradatamente, il discorso sulla morte, riflessione filosofico-letteraria sulla fragilità materialista dell’uomo e della sua perdente lotta contro il tempo e la natura. Infine, un po’ per caso (ma non è così che avviene nelle migliori occasioni?), arriva un giorno Domenico Procacci a dirmi che ha letto il libro, se n’è innamorato e che vorrebbe farne un film. Accidenti, e chi ci pensava più?

Mi ritrovo così, sinceramente sorpreso, con un compito del tutto nuovo: rileggere Il partigiano Johnny. Ma questa volta per chiedermi, definitivamente forse, perché voglio fare un film da questo romanzo incompiuto e incompleto, precario fin dal titolo che mai Fenoglio aveva pensato. E, ancora una volta, passo e ripasso dentro quella lingua, quel personaggio, quella anti-retorica, quelle fughe interminabili che diventano bibliche e ancor dopo omeriche. All’inizio, non posso che andare per esclusione e interrogarmi sui motivi per cui non voglio fare un film tratto da questo romanzo…

Non certo per nostalgia. La nostalgia va di pari passo con la rimozione. Essere nostalgici per il passato, qualunque passato,  significa trasferire in un altrove immaginario e immateriale la nostra incapacità di interpretare il presente, di agire su di esso e di trasformarlo. La nostalgia è l’ammissione di una sconfitta, colpevole e passiva.

Tanto meno per farne un santino. Santificare la Resistenza significa rimuovere il conflitto che è alla base di quella esperienza. Conflitto e lacerazione, insanabile e incontenibile, tanto da fare dell’antifascismo una pregiudiziale non solo politica, ma soprattutto umana. L’antifascismo come categoria dell’essere ripudia ogni forma di celebrazione retorica. Per cui lascio volentieri ad altri il compito di portare la corona di fiori con tanto di lacrimucce, O bella ciao e discorsetti sul sacrificio per la libertà.

Sicuramente non per raccontare la verità sulla Resistenza. Non solo perché non c’è una verità, ma anche se ci fosse non spetterebbe a me rappresentarla. Il cinema non si può sostituire ai libri di storia. Se lo fa, o c’è un problema con il cinema, o con la storia. E poi io nel ’45 avevo “meno 14” all’anagrafe dell’eternità…

Ecco, tutto comincia, o meglio ricomincia da lì, da una semplice domanda: perché uno a 40 anni decide di girare un film così, quando tutti, tranne il produttore e qualche amico, lo sconsigliano (“la Resistenza non interessa più a nessuno”, “è un romanzo troppo ingombrante”,  “basta film sul passato”) ? O, in altre parole, perché quel romanzo continua a parlarmi, lettura dopo lettura, in maniera sempre diversa? Perché sento l’indefinibile urgenza di raccontare questa storia, oggi più di ieri? Forse perché in quelle pagine, più intensamente che altrove, c’è la vita, vale a dire una visione del mondo, cioè l’ideologia.

Johnny, improvvisamente, si dischiude, diventa una lente attraverso cui leggere il passato, il presente e il futuro. Una traccia, minima ma necessaria, per ricostruire un senso concreto dell’agire. Johnny diventa una risposta e una proposta: al fascismo del ’43, alla piccola borghesia democristiana degli anni ’50 in cui Fenoglio scriveva, alla mediocrità globalizzazione.com dei nostri tempi. Tutto il resto, per noi, passa da lì, da questa intuizione.

Johnny è la forza e il dramma dell’individuo che sceglie il rigore e la coerenza contro lo spirito del tempo in cui sta vivendo: “partigiano, come poeta, è parola assoluta, rigetta ogni gradualità”, gli spiega l’amato/incompreso professor Cocito, inspiegabilmente comunista. Ma Johnny è anche il limite grandioso di questa esperienza: rigoroso e coerente fino in fondo, fino alla solitudine, fino alla morte, poiché rifiuta di adattarsi al compromesso, alla convenienza del tirare a campare. Ma anche perché incapace di condividere, di rigettare nel circolo della vita collettiva la sua, pur sempre minoritaria, lezione.

Il romanzo, in questo, è al contempo un punto di partenza e una flebile traccia. Lungi da me e da Antonio Leotti credere di aver compreso il senso ultimo del testo fenogliano. Tutt’altro: abbiamo solamente capito un po’ di più di noi stessi, Johnny ci ha aiutato a leggerci. Anche per questo abbiamo sempre detto che volevamo essere fedeli allo spirito di Fenoglio, ma non alla pagina. Anche perché, parliamoci chiaro, la pagina è e resterà inarrivabile, inavvicinabile, intoccabile. E senza inoltrarci nella noiosa e improduttiva querelle su cinema e letteratura, diciamo pure a chiare lettere quel che abbiamo sempre pensato e sperato: il film sarà inevitabilmente meno bello del romanzo. Ma, anche, cosa diversa.

Dopo, guidati da Johnny, scrivere la sceneggiatura è stato più semplice di quel potessimo prevedere. Anche perché ci siamo accorti che, sotto il magma della lingua fenogliana, giaceva una struttura narrativa dalle fondamenta solide. Archetipica e classica, quasi di genere, conscia dell’Odissea, come del Viaggio del pellegrino di John Bunyan, testo cardine del protestantesimo etico dello scrittore di Alba. Una volta individuata questa struttura, tagliare, ridurre, comprimere ci è risultato meno faticoso, anche se, alla fine, ne sono venute fuori 112 pagine che al conto della pellicola hanno significato quasi due ore e un quarto di film. Qualcuno ha detto che erano troppe. Sarà: tutte le volte che abbiamo provato a tagliarle, il film si imbizzarriva, scalciava, piroettava su stesso e chiedeva a gran voce di essere riportato ad un respiro meno affannoso. Alla fine, esausti, gli abbiamo dato ragione.

Dove invece il lavoro è stato più faticoso, a tratti impervio, tanto da farci dubitare a tratti di giungere alla meta, è stata la scrittura di Johnny. Prima di tutto perché l’eroe fenogliano, come in Omero (ma non come nel cinema e nella letteratura borghesi), è privo di psicologia. O, meglio, la sua psicologia emerge dallo sguardo, non è mai dichiarata, mai scritta, fatta di ciò che il personaggio fa e vede. Una sorta di psicologia segnica. E che, quindi, rigetta la scorciatoia dell’identificazione, la facile empatia, la semplificazione della commozione. Scrivere un personaggio così non è mai facile, perché ti obbliga sempre a chiederti quel che sta pensando, ma anche a ritirarti in punta di piedi ogni qual volta ti accorgi che lo stai spiegando troppo. La sceneggiatura, quindi, si fa gioco al sottrarre, all’enunciare senza mai gridare, al vedere piuttosto che al parlare. E il dialogo rarefatto, sobrio, misurato. Riusciremo a farci sentire quando il nostro è il tempo della esposizione sguaiata, televisiva, didascalica?

Se la bussola è lo sguardo di Johnny, allora la grammatica interna del film non può che nascere da lì. La macchina da presa sta con lui, vede quel che lui vede, si muove quando lui si muove (o qualcosa si muove in lui), corre fugge scappa quando è Johnny a farlo. Ma anche quando aderisce al personaggio, lo rispetta e lo ama, mai rinuncia alla possibilità di uno sguardo critico su di esso. Se ciò accade è perché l’ideologia del film non è quella di Johnny, non si appiattisce su di lui, ne è consapevolmente distante benché appassionatamente vicina. E’ questo l’unico modo, credo, per riuscire a portare avanti il progetto che più mi sta a cuore: un cinema che sia, al contempo, emozione e ragione. L’emozione della ragione. Le ragioni dell’emozione.

La cinefilia è agli antipodi di questo progetto. Quando qualcuno mi chiede quali sono i cineasti che mi hanno influenzato o quali film di guerra ho tenuto in considerazione per Il partigiano Johnny, in genere ripeto (ed è l’unica citazione cinefila che in genere mi concedo) quel che diceva Orson Welles: i giovani registi non devono guardare troppi film, perché è castrante, limitante. Ovviamente, nella vita ho visto moltissimi film. Così come ho letto altrettanti libri, studiato i principali teorici del cinema, ascoltato dischi, visitato musei, guardato telegiornali, viaggiato, mangiato, sognato. Tutte queste attività mi hanno influenzato tanto e quanto i film. Le uniche influenze espressive che quindi sono disposto a riconoscere e discutere rispetto a Il partigiano Johnny sono le fotografie e i documentari di guerra originali, la musica di Alexander Balanescu (che fortuna averlo compositore e interprete della colonna musicale!) e la pittura di Caravaggio. Il resto, è la deriva del postmoderno.

Guido Chiesa