2001 — articolo

Il '77? Che palle... o perché Radio Alice ci interessa ancora

Chi se ne frega del ’77. E’ solo il futuro che conta. Il futuro che passa da ieri.

RADIO ALICE E’ SEMPRE DA UN'ALTRA PARTE

11 marzo 1977, Bologna. Durante tafferugli nella zona universitaria, un carabiniere uccide lo studente Francesco Lo Russo. Per due giorni la città è teatro di violenti scontri tra polizia e giovani che terminano con l’intervento di mezzi blindati.

12 marzo 1977. Finisce con l’irruzione della polizia la breve storia di radio Alice, emittente bolognese accusata di aver diretto via etere gli scontri. E’ la prima, e unica, volta, nella storia dell’Italia repubblicana che una testata editoriale viene chiusa manu militari.

Prima di Genova, luglio 2001, radio Gap. Ma questa è un’altra storia…

NON CONTROINFORMAZIONE, MA UN’ALTRA INFORMAZIONE SU ALTRI FATTI.

Per i più, a quasi 25 anni di distanza,  Radio Alice rimane la “radio degli autonomi”,  la voce degli scontri che sconvolsero il capoluogo emiliano nel marzo ‘77,  l’emittente che, secondo i giornali di quei giorni,  “rivolgeva pressanti e continui incitamenti irresponsabili allo scontro armato”.

Eppure, chiunque si avvicini oggi alla vicenda di radio Alice, e riesca a seguirne le esili tracce, non fa fatica a scoprire che l’aspetto belligerante non solo non apparteneva alla storia della radio, ma esso era anche ben lontano dal suo progetto culturale e dall’ambito delle esperienze personali e collettive che ne stavano alla base.

Ancora una volta, la storia scritta dai vincitori è solo una delle tante, possibili storie. Anche perché, a dispetto degli innumerevoli detrattori e dei meno di due anni di vita (così poco infatti è durata la meteora della più celebre “radio libera” italiana),  la storia di Alice è di quelle che han lasciato il segno.

RIFIUTARE LA SEPARAZIONE : ARTE /POLITICA, POLITICA/ESISTENZA.

Radio Alice è stato uno dei più singolari e originali esperimenti sulla comunicazione che abbiano mai preso piede in Italia. Una sorta di appendice delle avanguardie storiche maturata in seno ad uno dei movimenti giovanili di rivolta più durevoli e complessi nella storia  del dopoguerra.

Priva di una vera e propria redazione e ancor più di un palinsesto, l’emittente bolognese, concepita nel 1975 nel bel mezzo dell’esplosione delle cosidette radio libere, aveva fatto della spontaneità e della contaminazione qualcosa di più di una semplice bandiera: un progetto, in cui istanze politiche, artistiche e esistenziali si fondevano nel comune denominatore dell’universo radiofonico.

Strumento privilegiato di questa pratica comunicativa era l’uso della diretta telefonica. Mai usata prima in Italia, la telefonata in diretta diventava per Alice il momento in cui mittenti e destinatari cambiavano ruolo e si confondevano in un continuum senza gerarchie. Attraverso la tecnologia low fi, la radio metteva in atto uno spazio bianco che non era il megafono di altri (gruppi, partiti, capi e capetti, addetti ai lavori, giornalisti, ecc.), né la semplice offerta di uno strumento di comunicazione “a disposizione di tutti”.

Alice era un megafono e uno strumento ma anche altre mille cose altre. Un’onda in cui tutto si intrecciava, senza leader/organigrammi/trasmissioni/regole/finalità/pubblicità. Un flusso di comunicazione che si creava da solo le proprie trasmissioni, i propri silenzi, i propri bisogni, abolendo la separazione tra chi trasmetteva e chi riceveva.. Un marasma senza direzione prestabilita se non quella che passava tra Albert Ayler  e i Jefferson Airplane, tra Enzo del Re e la musica irlandese, tra gli Area  e i Fugs, tra John Coltrane e il nascente punk.

Ognuno si trasmetteva addosso.

SPEZZARE IL LINGUAGGIO PER RAGGIUNGERE LA VITA.

“Ki trasmette? ki riceve?” era la domanda ossessiva che si ponevano gli ideatori della radio. E la risposta non poteva che essere: trasmette chi non ha voce, riceve chi non ha orecchie. Chiunque poteva parlare su radio Alice, chiunque poteva usarla, ma nessuno poteva dire di “possederla”. Brandelli di libri, comunicazioni sindacali, poesie, analisi politiche, assoli di sax, dichiarazioni di amore, telefonate, ricette e liste della spesa: tutto andava bene, tutto meritava di essere trasmesso. L’unica censura ammessa era quella estetica. Ma nemmeno quella fino in fondo…

Alice annunciava l’impotenza del linguaggio politico/sociologico, grigio e burocratico, per capire la trasformazione in atto. Senza saperlo e soprattutto senza volerlo, Alice metteva in scena, nel bene e nel male, il futuro, la rivoluzione mediatica che stava per irrompere nello scenario sociale: la rete, Internet, i mille canali televisivi, il cellulare di massa, la partecipazione collettiva ai processi comunicativi, ecc. Ma nello stesso tempo, Alice configurava una possibilità inesplorata, un uso diverso, incondizionato e emancipato dei media e della tecnologia.

Un uso che metteva al centro una questione tuttora irrisolta, sebbene decisiva, soprattutto per chi ha a cuore il problema della trasformazione sociale: qual è il rapporto tra forma e contenuto? Vi è una gerarchia tra forma e contenuto? Ma, soprattutto, si possono separare forma e contenuto? Può darsi una forma senza contenuto e viceversa?

Radio Alice rispondeva che il linguaggio non è un mezzo per comunicare qualcosa (un contenuto che viene veicolato in un dato medium), ma una pratica, un farsi, un’esperienza di vita. Il linguaggio, e non la inesistente dicotomia tra forma e contenuto, è il vero terreno della trasformazione. Qui si vincono le guerre che contano.

Peccato che questo sasso gettato nello stagno della comunicazione (di qualsiasi tipo, non solo di quella politica in senso stretto) dura meno di due anni. Dopo di che, tra repressioni e carceri, ritorna il tempo dei palinsesti, dei burocrati dell’informazione, dei militanti della politica separata dalla vita. Ritorna il tempo di chi non cerca il paese delle meraviglie…

CANCELLA CANCELLA, QUALCOSA RIMANE

25 anni dopo, ridurre la vicenda della radio di Via del Pratello 41 a mero fatto di cronaca, o peggio ancora a centrale di qualche delirio terrorista, è più che mai inutile e sterile. Oggi, ormai definitivamente sepolte le istanze che ne portarono alla drammatica chiusura, forse si può ricominciare a parlare di Alice con maggiore serenità, ad esempio all’interno del cosidetto movimento, cercando di capire che cosa di quella voce ci potrebbe ancora servire.

Il documentario che sto realizzando con la Fandango (e il libro sul ’77, curato da Franco Berardi “Bifo”, che esce in questi giorni per la stessa Fandango) esplorerà la parabola storica di radio Alice, ma soprattutto la sua ricerca sulla comunicazione, la sua scorribanda nell’etere di quegli anni, la sua brevissima eppure intensa proposta. Con materiali di repertorio di ogni tipo e provenienza (tra cui alcuni inediti legati proprio alle vicende della radio), la babele di Alice verrà raccontata cercando non solo di restituire storie e atmosfere, ma soprattutto di provocare turbamenti e stimolazioni, nessi imprevisti e cortocircuiti immaginari tra presente, passato e futuri possibili. Ponendo ancora una volta la stessa ineluttabile domanda: ki trasmette? ki riceve?

Proprio quello che Alice ci indicava al di là dello specchio.

Guido Chiesa