Fa scandalo la fotografia di Fellini in fin di vita sul letto d'ospedale. Ma gli stessi avvoltoi della coscienza etica, che si agitano frenetici attorno al corpo morente del regista riminese, non battono ciglio quando scatta l'ora del lager bosniaco o del cadavere di Moro in pieno prime time. Esplodono le polemiche, ma il vero nodo della questione, vale a dire il nostro rapporto con l'immagine della morte, non viene nemmeno sfiorato.
E' facile ironizzare sulle polemiche scatenatesi attorno alla diffusione via stampa e tv dell'immagine dell'agonia di Federico Fellini. Non solo perchè gli stessi "tuttologi" dell'informazione che tanto hanno gridato allo scandalo sono poi sempre i primi a non rinunciare ad ogni forma di seduzione morbosa pur di aumentare l'audience o l'efficacia politico-persuasiva del messaggio: è bastato vederli alcuni giorni dopo inscenare il balletto macabro (quello si` scandaloso!) attorno alla memoria del regista scomparso per rendersi inequivocabilmente conto di quanto faziose fossero le loro filippiche moralizzatrici. E certo non si può dire che fosse moralmente meno discutibile la messa in onda dell'immagine di Giulietta Masina in lacrime, di cui telegiornali, quotidiani e riviste si sono invece abbondantemente serviti al momento opportuno.
Non solo è facile ironizzare su queste dinamiche, ma, ci sembra, anche fuorviante. Il rischio è infatti che il tutto si riduca, ancora una volta, a una mera questione morale: le "mani pulite" dell'etica audiovisiva. Non crediamo, infatti, che esistano morti la cui visione è accettabile e morti di cui è sconsigliabile la riproduzione per via visiva. Se cosiì invece fosse, varrebbero le tesi di coloro che si inquietano solo perchè la fotografia di Fellini è stata "rubata" da un ignoto paparazzo (e come tale è giudicata irrispettosa e mercificante) e non si agitano quando le immagini di morte portano il sigillo di legittimazione dei network internazionali dell'informazione. Perchè turbarsi di fronte al regista agonizzante e non batter ciglio quando si tratta dello sconosciuto neonato etiope che sta morendo di fame? E' forse più irriguardoso della privacy altrui penetrare di nascosto nella stanza di un morente di quanto lo sia sbattere il microfono sul volto straziato della moglie di un carabiniere ucciso?
C'è chi tira in ballo il falso argomento del rischio della spettacolarizzazione della morte e della sua susseguente mercificazione: si vedano le polemiche attorno al poster di Oliviero Toscani che ritrae la famiglia disperata di un malato di AIDS attorno al letto del morente, tipico esempio di un uso dell'immagine di morte considerato "amorale". Argomento falso perchè si rifiuta di ammettere che, nella nostra civiltà, l'immagine della morte è quotidianamente oggetto di, più o meno volontarie, spettacolarizzazioni (si pensi al cranio di John F. Kennedy che salta mille volte in aria al rallenti in JFK) e mercificazioni (dalle t-shirt con le pop star morte al Lenin imbalsamato). E poi, perchè preoccuparci così tanto dell'immagine di qualcuno che è morto e che come tale non puo` più subire alcun danno? Solo ai vivi un'immagine può "scandalizzare", "far del male" o "invadere la privacy".
Il problema, crediamo, non sta affatto nella definizione più o meno esatta dei livelli di accettabilità etica delle immagini. Qualsiasi immagine, in se e per se, è accettabile, eticamente giustificabile e esteticamente criticabile: è il contesto della sua realizzazione/diffusione a renderla eventualmente oggetto di analisi morale. Ad esempio, crediamo che non ci sia nulla di "amorale" nell'immagine di un bambino che dorme, ma se quell' immagine serve a far vendere pannolini e ci rendiamo conto che per la sua realizzazione sono stati spesi decine e decine di milioni, allora siamo pronti a discutere. Ma il problema, per quanto ci riguarda, non sta nell'immagine, in sè e per sè, quanto nella sua genesi e destinazione. Alla luce di quanto detto, e' ovvio che la fotografia di Fellini non ci pare affatto scandalosa, semmai sono "scandalose" le motivazioni del fotografo o di chi l'ha diffusa, ma non è questo che il punto che ci interessa affrontare in questa sede.
Da dove è nato allora tutto lo scandalo di cui si sono fatti portatori i vari Emilio Fede o Vincenzo Mollica? Il nodo cruciale della questione risiede nel nostro rapporto con la morte stessa, nella negatività che lo contraddistingue. Nella società occidentale (delle altre non parliamo per cosciente ignoranza) l'immagine della morte rappresenta uno dei limiti etico-estetici della visione (e il limite costitutivo di ogni filosofia, almeno fino ad Heidegger). Fotografarla, filmarla, in altre parole "rappresentarla", costituisce sempre una sfida, un passo traballante in un territorio proibito, in cui entrano in gioco fattori quali "il buon gusto", la "morale". Non a caso, insieme al sesso, essa costituisce uno dei terreni privilegiati del fervore censorio, soprattutto nelle culture di matrice cristiana. La morte, in queste culture, è un piatto indigeribile: il pessimo rapporto che ci lega ad essa (scusate l'ironia), ci spinge ad associarla solo con sentimenti quali la paura, il nulla, il dolore, la tristezza, la iettatura, ecc. Oppure, all’opposto, determina la sotterranea proliferazione degli splatter movies e del gore, della curiosità morbosa e delle perversioni piu` smaccate (necrofilia e affini). In Giappone esistono delle videocassette (Death Faces) che contengono solamente volti di morti "reali", per non parlare poi del fenomeno dei cosidetti snuff movies, vale a dire i filmati che ritraggono uccisioni appositamente perpetuate ai fini della ripresa. Pare che quelle dei massacri cum stupro della ex Jugoslavia abbiano fatto la gioia dei collezionisti americani, forse stufi delle "solite" immagini di prostitute torturate o bambini ammazzati in orge sado-maso.
La passione per gli snuff movies e lo scandalo suscitato dalla diffusione della fotografia di Federico Fellini, a ben pensarci, non sono poi fenomeni così dissimili. Anzi, entrambe contengono alla radice un identico rapporto negativo con la morte. Nel secondo ci si rifiuta di vederla, nel primo la si esorcizza con un surplus di "realismo", la si enfatizza al punto di renderla iperreale. In entrambe i casi la morte viene rifiutata, allontanata, negata.
Morire è insopportabile per chi non riesce a vivere , cantavano anni fa i CCCP-Fedeli alla Linea. Morire è scandaloso per chi rimane vivo: la visione della morte altrui rimanda ineluttabilmente alla propria. Eppure di tutti gli eventi della vita, la morte è l unico di cui possiamo dirci certi che accadrà. E proprio per questo - o, meglio, perchè ci rifiutiamo di accettare serenamente questa verità - preferiamo non pensarci, ci da fastidio vederla, vogliamo allontanarla da noi. L'immagine della morte rappresenta così un terreno privilegiato di riflessione e, come tale, è per lo più sgradita. Vedere un morto o qualcuno che muore non è comodo, ma proprio per questo mille volte più rivelatore della natura umana di quanto lo siano le immagini consolatrici o gratificanti. Crediamo che, se invece di fare tante parole su un regista che da anni era stato ormai scomodamente mummificato nella sua genialità, si fosse invece solo mandata in onda, silenziosa e implacabile, la fotografia che lo ritraeva morente, si sarebbe fatto un miglior servizio sia alla memoria del cineasta che alla coscienza di noi tutti.