Inchiesta a cura di Giovanna Taviani e Daniele Vicari
* Nel libro Crolli di Belpoliti si parla di un mutamento di scenario nella letteratura e nel cinema recenti. Il crollo delle torri gemelle, si dice, avrebbe posto fine al postmoderno. Condivide questa diagnosi? E’ cambiato qualcosa nel suo modo di fare e di guardare il cinema negli ultimi anni? Le sembra si possa parlare di un “ritorno alla realtà?
Sono in parte d’accordo con l’idea che l’11/9 abbia definitivamente posto fine al postmoderno, se non altro sul piano simbolico. Ma credo che il postmoderno sia finito da tempo e non per un preciso fatto storico, o meno ancora politico. Il postmoderno termina perché non può reggersi un sistema (di potere: culturale, politico, filosofico, ecc.) che genera un’ansia così diffusa nell’esperienza quotidiana di miliardi di persone, per lo meno di quelle che vivono in Occidente. Perché il perno centrale su cui si reggeva il postmoderno era il concetto di fine della Storia, che è un’idea apparentemente felice, ma che in realtà cela un doppio disperante: se la Storia è finita, vuol dire che il futuro non c’è più e il presente è eterno. E dato che il presente non assomiglia per nulla al Paradiso…
Per quanto mi riguarda, ero scettico sul postmoderno ben prima dell’11/9, per cui non sento che quella tragedia abbia avuto una specifica influenza sul mio modo di fare cinema, o più in generale, sul mio modo di vivere e guardare la realtà (del resto, poi, il mio modo di fare cinema e di guardare la realtà, tendenzialmente coincidono)
* Da Moore a Al Gore, sono vari i segni di un ritorno al documentario e al cinema-denuncia nel panorama internazionale. Qual è il suo rapporto con questa forma narrativa? Come incide nel suo modo di fare cinema?
Non sono un appassionato del cinema di denuncia e, con tutto il rispetto per coloro che lo fanno, non mi sento affatto portato verso questa forma narrativa. Ho talvolta la sensazione che questo tipo di cinema cada in trappole ideologiche, letture forzate e univoche. O, peggio ancora, come nel caso del film di Al Gore, nel moralismo, nel dito puntato, con l’aggravante dell’oggettività (?) scientifica dell’esposizione. Rimanendo a questo genere, trovo più onesto certo lavoro giornalistico, che pur presentando gli stessi limiti, almeno non è viziato dalla presunzione di superiorità che spesso trasuda da certi narratori di documentari. Ci sono poi ovviamente casi fortunati, (mi viene in mente, a mero titolo di esempio, L’incubo di Darwin), dove l’efficacia della denuncia non è a detrimento dello spessore umano dei personaggi e della complessità dello sguardo.
* Anche i giovani scrittori italiani, negli ultimi anni, mostrano un nuovo interesse per l’inchiesta e la non fiction. Sente un legame con questa nuova letteratura? Ritiene che i suoi film debbano esprimere istanze civili o politiche?
Penso che qualsiasi film, se non altro per il fatto di essere un oggetto di comunicazione condiviso collettivamente, esprima istanze politiche e civili. Idem per qualsiasi libro, disco, ecc. Infatti, e senza ironia, credo che le più significative pellicole politico-sociali fatte in Italia nell’ultimo decennio siano stati titoli come L’ultimo bacio, Notte prima degli esami o Le fate ignoranti. Mentre film all’apparenza decisamente più orientati verso il politico (come Buongiorno, notte o La meglio gioventù ) mi appaiono molto più efficaci se letti sotto un altro versante: il conflitto padre/figlio nel primo, la disgregazione di una famiglia nevrotica nel secondo. Lo stesso discorso vale per la letteratura, la musica o il teatro. Non credo che il chissenefreghista Vasco Rossi sia meno politicamente significativo dei super-impegnati Modena City Ramblers (e sicuramente il primo incide sulla società italiana enormemente più dei secondi…). O che, sul piano della letteratura, che i libri dei miei amici Wu Ming siano politicamente più importanti di quelli di Veronesi, Baricco o Mazzantini, solo perché i primi hanno militato nei movimenti e i secondi sono degli intellettuali di professione. Il punto non è buttarla tutto in politica o, come recitava un vecchio slogan dei ’70, “tutto è politica”: semplicemente, tutto è tutto e in tutto c’è tutto. Ogni discorso/testo sottende una miriade di aspetti: dipende dal punto di vista, dagli occhiali che si decide di inforcare per leggere una qualsiasi realtà.
* Recentemente, in occasione di varie ricorrenze, si è parlato di nuovo di Rossellini, Visconti, De Sica. Esiste secondo lei un legame tra il nuovo cinema e il Neorealismo? Qual’è il suo rapporto personale con quella tradizione?
Credo che, in effetti, alcuni registi giovani si stiano occupando di riscoprire la lezione del Neorealismo, ma non farei generalizzazioni, perché il dato più omogeneizzante del presente (e non solo nel cinema) è proprio l’apparente disomogeneità, la mancanza di precisi elementi unificatori, l’assenza di minimi comuni denominatori. Questa diffusa carenza di fattori aggreganti, se da un lato è un lascito del postmoderno, dall’altro mi sembra anche sintomatico di un’epoca in cui le grandi ideologie si sono comunque disgregate (per i loro stessi limiti), lasciando il posto a un individualismo talvolta arrogante, spesso semplicemente disperato. E vorrei far notare, al proposito, come gran parte della produzione giovanile degli ultimi anni sia – e questo sì è unificante! – dominata da un latente nichilismo. Questo mi sembra il tratto più unificante di molto cinema – e di altrettanta letteratura, musica, ecc. – degli ultimi anni, e non solo italiano. Un tratto che, tanto per citare in ordine sparso alcuni nomi fortunati, collega Houllebecq a Muccino, la Nothomb ai Muse, Garrone a Chuck Palahniuk, Matthew Barney a Sorrentino, Melissa P. a Amy Winehouse. Ovviamente, ci sono numerosi e considerevoli eccezioni, ma questo mi sembra il tratto più significativo (e dal mio punto di vista patologico) della cultura giovanile contemporanea. Del resto, il Neorealismo non è separabile dal contesto in cui è maturato e dalle storie personali di coloro che lo hanno immaginato e messo in atto. E il contesto attuale, e non solo sul piano politico e storico, mi sembra invece sostanzialmente dominato da una diffusa ansia nevrotica e questo si riflette ovviamente nel cinema, e nei linguaggi artistici in generale.
* Nel cinema e nella narrativa contemporanea, il riavvicinamento a temi sociali e politici sembra affiancarsi a una rinnovata considerazione per i generi, che pure aveva già caratterizzato il postmoderno. Ha un ruolo nel suo cinema il racconto “di genere”? Se sì, quale?
Da che l’essere umano ha sentito il bisogno di narrarsi, i generi sono uno dei modi di condividere apriori elementi di senso, limitando il rischio dell’incomprensione, favorendo l’intelligibilità e efficacia delle proprie storie. Per cui è naturale che si faccia ciclicamente riferimento ad essi, in particolare quando la realtà (come nella nostra epoca) appare di faticosa decifrazione, sembra sfuggire ad ogni griglia interpretativa. Non a caso, il genere che oggi sembra incontrare maggiore fortuna, specie fra i giovani, è il noir, la detective story, il thriller: cioè un genere in cui l’ansia di sapere/conoscere/scoprire si incontra/scontra con una realtà ambigua, opaca, spesso capovolta. Un altro ciclico ed efficace genere della tradizione italiana è la commedia, che con il suo (apparente) piglio polemico, mi sembra ben adeguarsi al cinismo della nostra epoca, che non è certo un fenomeno solo nostrano, ma che nel Belpaese trova una sua peculiare declinazione. Per quanto mi riguarda, il mio primo film Il caso Martello del ’91 era una sorta di detective story, il secondo Babylon (1994) una specie di thriller, e ora sto girando per Sky una serie in 6 film noir. Insomma, anch’io non mi sottraggo al bisogno di utilizzare archetipi e topos narrativi per costruire un terreno comune di intesa con lo spettatore. E forse questo è un segno della mia difficoltà nell’affrontare il presente, ammettendo sinceramente che riconosco l’inefficacia degli strumenti che ho adoperato in passato.