New York, primavera 1988. Disavventure personali e professionali, di scarsissimo interesse collettivo, mi convincono a mollare baracca e burattini e, complice un lavoretto radiofonico per la RAI, parto alla volta del Texas. Dopo alcuni giorni passati ad Austin a bere birra e ascoltare musica durante l'annuale festival/mercato dell'industria rock South By Southwest, decido di passare i restanti giorni della mia fuga dalle responsabilità percorrendo il bordo inferiore degli Stati Uniti. Con la macchina affittata a Houston, lascio la verde e universitaria Austin e sull'autostrada I10 viaggio per ore e ore attraverso un territorio arido e poco popolato. Sulla strada si affacciano le insegne dei grandi ranch di bestiame, spesso rappresentate solo dai pali di un immaginario portone, a loro volta sovrastati da un teschio di mucca o da un paio di corna sbiancate dal sole. Dietro l'ingresso, solo terra ed erbacce a perdita d'occhio, come se si varcasse una soglia verso il nulla.
E' questo l'angolo degli Stati Uniti scelto da Wim Wenders per far apparire dall'inferno della memoria il suo di Travis (Harry Dean Stanton) di Paris, Texas. Sebbene il film, nella sua intierezza, l'abbia visto una sola volta al festival di Cannes di quattro anni prima (ma i dieci minuti iniziali li ho, ripetutamente, goduti in televisione), conosco bene l'avventura texana del regista tedesco. Claire Denis, la sua aiuto regista in quel film, era stata infatti il mio "superiore" durante la lavorazione di Down By Law di Jim Jarmusch, a cui avevo partecipato in veste di secondo aiuto regista. Claire mi aveva raccontato sia dell'erratico modus operandi di Wenders, sia degli sforzi suoi e dei produttori per concretizzare in un piano fattibile i desideri territoriali del regista, sparsi attraverso un'area di quasi ottocentomila chilometri quadrati.
Esperienze personali a parte, c'] un'immagine di quel film che mi era rimasta fortemente impressa nella memoria, un'immagine tantodisperata quanto ineluttabile: quella di Travis che, a passi meccanici, avanza nel deserto, in marcia verso quei conti con il passato che, fino ad allora, non aveva avuto il coraggio di fare. E' un'immagine essenziale, priva di qualsiasi orpello, una delle pi` belle del cinema, talvolta prolisso e autoindulegente, del regista tedesco. Com'] ovvio e un po' banale immaginarsi, anch'io, in quel momento, mi sento come Travis e, senza ulteriori indugi, decido di andare alla ricerca di quel preciso posto in cui il protagonista del film ricompariva dal suo esilio messicano.
Nel pomeriggio, giungo nei pressi di Alpine, un manipolo di case in legno, arruginite e rappezzate alla spera in Dio, collocate all'incrocio di due strade polverose. Che cosa abbia di "alpino" questo posto è il primo, ma non l'ultimo, dei misteri di questa terra. Il panorama si fa ancora più desertico e deprimente nei pressi di Marathon, il villaggio in cui passerò la notte, alloggiando, ovviamente, nel medesimo motel in cui Travis e il fratello Walt dormono la prima notte dopo il loro ricongiungimento. Se dal punto di vista strettamente turistico Marathon non offre nulla al viaggiatore (se non che si tratta dell'ultimo paese prima del lungo ingresso al Big Bend National Park, meta dei miei peregrinaggi), non posso dire altrettanto dell'atmosfera che si respira nelle tre vie in croce che lo compongono: quando la luce cala, mentre il vento del deserto continua incessante, tutto sembra sospendersi in una notte infinita, spaventosamente lunga e silenziosa.
Il mattino successivo, di buon'ora, con l'aiuto di un libretto francese (Jean Pierre Devillers, Wim Wenders. Berlin, L.A., Berlin, Samuel Tastet Editeur, Paris 1985), che racconta alla bene e meglio del percorso fatto da Wenders & co. durante i sopralluoghi, parto alla ricerca delle tracce di Travis. Il compito, sulla carta, si prospetta facile, anche perchè il posto ha persino un nome, ovviamente "leggendario": Devil's graveyard, il cimitero del diavolo.
Verso le nove e trenta arrivo al Parco e qui mi attende la primasorpresa. Non solo i ranger non conoscono affatto Devil's Graveyard, ma a stento si ricordano delle riprese del film, sebbene esse si siano svolte poco pi` di quattro anni prima. Inutilmente, mostro loro alcune foto, a mio parere inconfondibili: Travis con alle spalle una guglia di terriccio giallastro; Wenders e Robbie Muller intenti ad osservare una valletta simile alla Monument Valley dei film di Ford. Niente da fare: nessuno conosce quei posti. Dopo varie insistenze, un ranger volentoroso scava nella memoria alcune preziose informazioni: il luogo in cui la troupe gir| le scene svoltesi nel Big Bend National Park si trova, in realt{, nell'area immediatamente esterna al parco, nei pressi di una zona mineraria.
Modestamente soddisfatto da questo nuovo indizio, dedico alcune ore alla visita del parco, uno stupendo cuneo creato dal Rio Bravo nel confine tra Stati Uniti e Messico. Sabbie finissime, rocce rossastre levigate dall'erosione e appuntiti pinnacoli miracolosamente eretti mi tolgono ogni dubbio: Travis è passato da queste parti.
Nel primo pomeriggio, seguendo le istruzioni del ranger, raggiungo la zona mineraria e mi scateno all'identificazione dell'esatto luogo delle riprese. E qui inizia l'incubo. L'area è assai vasta e, nonostante l'aiuto di una mappa sommariamente tracciata dal guardiaparco, il rischio di perdersi è altissimo. Tutto, poi, sembra uguale. Ad ogni curva credo di essere finalmente arrivato, per poi scoprire, solo all'ultimo momento, che (forse?) non è vero. In lontananza scorgo scenari promettenti, ma sono solo delle illusione ottiche. Percorro chilometri e chilometri (in circolo?), lungo terreni polverosi seccati da milioni d'anni di siccità, piccoli canyon senza uscita e guadi traditori di fiumi mai esistiti. Un paio di volte rischio seriamente di insabbiare irreparabilmente la piccola Toyota. Non so come, ma riesco a uscirne illeso.
E' tutto ridicolo e, a suo modo, allucinante. Incluso l'assurdo divieto che mi impongo di chiedere informazioni agli occasionali camion di minatori che incrocio per le strade sterrate: paura che mi caccino? Folle desiderio di far tutto per conto mio? So solo che, se morissi qua, nessuno mi verrebbe a cercare: nessuno, infatti, sa dove mi trovo.
All'imbrunire, dopo cinque o sei ore di assurdo girovagare in quel labirinto, ammetto la sconfitta e ritorno sull'asfalto. Con la macchina color sabbia e la testa in preda a una strana euforia, mi dirigo verso il vicino villaggio di Presidio, luogo in cui si trova la clinica in cui Travis viene ricoverato, nonchè un distributore di benzina che compare all'inizio del film. Ma, in realtà, il mio scopo l'ho già raggiunto. Non so, sinceramente, se ho o non ho visitato l'esatto luogo in cui Wenders girò le prime inquadrature di Paris, Texas: poco importa, tanto tutto si somigliava. Il fatto è che, in quelle ore, ho realmente vissuto come Travis, sbandato e con in testa l'illusione di trovare un posto che non esiste.
Lungo la strada verso Presidio vi sono numerosi cartelli piantati nel deserto che fiancheggia l'asfalto. Su di essi vi è scritto: Lot For Sale, terreno in vendita. Quale sia il terreno in questione è difficile da capire, perchè attorno ai cartelli non vi è che terra arida e bruciata. Ancora più difficile è cercare di immaginarsi chi e perchè potrebbe essere interessato all'acquisto di una simile proprietà. Forse un Travis, forse io, se vado avanti così.
In quel momento mi accorgo che, quasi senza volerlo, sono stato a Paris, Texas.