Un itinerario film-turistico attraverso gli Stati Uniti presenta alcune tappe obbligate: Monument Valley, Mount Rushmore, le paludi della Lousiana, Las Vegas, ecc. Ma ve n'è una, fra le tante, che, a dispetto della sua scarsa fama "cinematografica", non va persa per alcuna ragione al mondo: Death Valley, la Valle della Morte, a sei ore di macchina da Los Angeles e a meno di quattro da Las Vegas, nel cuore del deserto montagnoso a sud-ovest degli Stati Uniti. "Scoperta" quasi casualmente da una carovana sbandata di pionieri attratti dal mito della California, la Valle della Morte entra a far parte delle mappe (e dell'immaginario americano) il 25 dicembre 1849, quando il primo bianco della storia mette piede nella stretta fenditura collocata tra la Panamint Valley e l'Amargosa Desert. Lo scenario è di quelli da mozzare il fiato: nel giro di poche decine di chilometri si passa dal deserto a un lago salato, da dune di sabbia degne del Sahara a montagne dai colori quasi irreali. Anche il caldo è di quelli che non si dimenticano: i primi pionieri ci lasciano la pelle e la leggenda della valle infernale brucia le tappe. Non a torto: trovandosi qui il punto più basso dell'emisfero occidentale (Badwater, 86 metri sotto il livello del Mare) stretto tra due ripide catene di montagne, nella Valle della Morte si raggiungono temperature terrificanti, che nella stagione estiva possono anche raggiungere i 55 gradi! Chi sarà mai quel pazzo che progetta di venire a girare qui?
Eppure, di pazzi del genere, la storia del cinema ne ha conosciuti parecchi, se è vero che gia` nel 1923 il grande Eric Von Stroheim scelse di ambientare proprio nella Valle della Morte l'episodio finale del suo capolavoro: Greed. Racconta Jean Hersholt, l'attore che nel film interpretava la parte di Marcus: "Durante le settimane in cui rimanemmo nella Valle della Morte, la temperatura si aggirò tra i 50 e i 32 gradi. L'aria rovente disseccava i nostri poveri corpi e non ci lasciava dormire; dopo pochi giorni di lavoro nessuno parlava, a meno che non lo dovesse fare per lavoro. Era cosi` caldo che bastava rompere un uovo in una padella per cuocerlo immediatamente.... Ogni giorno Gibson Gowland e io eravamo costretti a correre per miglia e miglia in quel deserto salato: dovevamo girare la scena dell'assassino inseguito da un uomo che ha giurato di vendicarsi. Non c'è dubbio che entrambi avevamo voglia di uccidere qualcuno strisciando e arrancando, a torso nudo, con la barba lunga, sporchi, coperti di piaghe, mentre Stroheim esigeva da noi il realismo il più assoluto... Lottammo presi da una vera e propria sete di sangue, ci rotolammo e picchiammo con tutte le forze. Stroheim gridava: 'Forza, forza! Odiatevi come odiate me!'. Esagerazione dell'attore o sadismo registico?
L'unica cosa di cui noi siamo sicuri è che quando Michelangelo Antonioni decise di ambientare proprio nella Death Valley una delle scene piu` significative del suo film-pampleth Zabriskie Point, le condizioni lavorative erano assai mutate. Da molti anni, infatti, la Valle della Morte è una classica meta turistica, trasformata in parco nazionale, con tanto di rangers, campeggi, alberghi e, persino!, un campo da golf. Miracoli del progresso e comfort a parte, la Valle della Morte rimane un luogo a dir poco affascinante. Come affascinante è proprio il suddetto Zabriskie Point, una valletta seminascosta tra le montagne che prende il nome da uno dei primi tecnici incaricati dello sfruttamento delle miniere di borace della zona, spremute e quindi abbandonate verso la fine dello scorso secolo. Per arrivare a Zabriskie Point si segue una comoda strada asfaltata che da Furnace Creek conduce fino alla sommità di una collinetta, da cui è possibile ammirare in tutto il loro variopinto splendore (è consigliato andarci prima dell'alba) i cumuli rocciosi levigati da millenni di erosione acquifera. La prima volta che ho visitato la Valle della Morte, il mio amico e compagno di viaggio Luca, notoriamente restio all'esposizione ai raggi solari, di fronte a questa vista, preso da un inspiegabile raptus, iniziò a correre di roccia in roccia, come una sorta di folletto impazzito. Antonioni, invece, aveva immaginato in questo scenario l'apoteosi sessual-liberatoria della generazione americana degli anni '60. Diversi contesti, stessi esiti.
Ma la Valle della Morte e i suoi dintorni riservano sorprese ancora piu` prelibate. Nella vicina Panamint Valley, a un tiro di schioppo dalla strada che collega Furnace Creek alla cittadina mineraria di China Lake, si trova il villaggio fantasma di Ballarat, una delle tante ghost towns dimenticate dai mineratori e dagli esploratori del passato. Ballarat, da anni, è uno dei set preferiti dai film d'azione a basso budget che non possono essere girati a Los Angeles. Film porno, avventure di gang di motociclisti, western di infima tacca, scelgono questo vilaggio di quattro baracche in croce come l'ideale set appartato, lontano da occhi curiosi e indiscreti. Russ Meyer ci ambienterebbe sicuramente qualcosa...
Poco distante da Ballarat, circa otto chilometri lungo la strada sterrata che segue il lago salato che fa da letto alla Panamint Valley, si accede al Goler Wash, una delle tante perigliose entrate alla Valle della Morte. Individuare il Goler Wash non è affatto facile: la strada sembra improvvisamente finire in un'ammasso roccioso. Ma a un'osservazione piu` attenta del luogo, ci si rende conto che un'improbabile strettoia tra le rocce conduce al di la della parete granitica. Avventurarsi in queste zone senza una jeep o una specifica conoscenza del terreno è per lo meno rischioso: il mio primo tentativo fu a dir poco fallimentare. Non solo, infatti, la strada è di ardua identificazione, ma, anche una volta superato l'accesso roccioso, le possibilità di perdersi o rimanere incagliati sono assai elevate. Se vi riuscite, percorrendo la china della montagna, vi troverete in un territorio a dir poco enigmatico. Il silenzio è assoluto. Il vento e qualche isolato coyote sono gli unici rumori. Le macerie di qualche miniera vi potranno ricordare la presenza dell'uomo, ma l'idea che qualcuno abbia potuto abitare in quelle zone vi apparirà per lo meno bizzarra. Il vostro senso di vigilanza sara` alle stelle. Sarete svegli come non mai.
Proseguendo lungo lo sterrato, giungerete a una piccola oasi, alla cui destra diparte un'altra strada in terra. Percorrendola, dopo circa un chilometro, vi troverete di fronte una casa in modeste condizioni, circondata da un cadente recinto in legno. In quella casa, nel dicembre 1969, i rangers della Death Valley arrestarono, per dolo alle proprieta` del parco, Charles Manson e un'intera tribù di hippie allucinati, per lo piu` donne. Alcune settimane dopo, proprio una di queste fanciulle confessò a una sua compagna di cella di aver ucciso nell'agosto precedente, insieme a altri tre "compagni di setta" e su ordine di Manson, l'attrice Sharon Tate, moglie di Roman Polanski, e altre sei persone nel corso di due notti di folli massacri.
Il Barker Ranch, questo il nome della casa in cui Manson venne arrestato, è ancora in piedi oggi, visitabile e utilizzabile per chiunque intenda farne meta di campeggio. La legge del deserto, infatti, permette di abitare in qualsiasi rifugio abbandonato, anche si proprietà privata, per un massimo di dieci giorni.
Nessuno, finora, ha utilizzato questa location per il cinema. Io, che l'ho visitata ben tre volte, avrei voluto, ma il film che avrei dovuto girare proprio lì, Tomesha non e` mai stata finanziato. La storia, per sommi capi, raccontava di un giornalista che, vent'anni dopo i fatti, si metteva sulle tracce degli ultimi discepoli di Manson, convinti ancora dell'esistenza del mondo sotterraneo sotto la Valle della Morte di cui il loro leader aveva profetizzato. Un ranger mi confermò che la mia idea narrativa era tutt'altro che campata in aria: veri discepoli di Manson stanno tuttora perlustrando la zona alla ricerca del buco che li condurrebbe sotto terra. Mi dispiace non aver potuto girare Tomesha e non solo per ovvie ragioni professionali e esistenziali: credo che in nessun altro posto al mondo l'idea di un mondo sotto terra potrebbe sembrare così inspiegabilmente accettabile.