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2002 — ARTICOLO Fenoglio - articolo

Al telefono, un amico di Il diario: “Ti va di scrivere un pezzo su Beppe Fenoglio? E’  l’ottantesimo della sua nascita…”. Pausa. Lui non lo sa, ma io esito. Molto.
In testa.
Ok, ho fatto un documentario sulla sua vita. Ma quello era cinque anni fa…
Ok, ho fatto un film dal suo romanzo più celebre. Sì, lo so, ma adesso ho altre cose per le mani, altri percorsi, altri bisogni e ossessioni.
OK, è uno dei miei scrittori preferiti. Già, come Rushdie o Pynchon, ma nessuno mi chiede di scrivere un pezzo su di loro.
Fine. Durata totale delle esitazioni: 1 secondo.
OK, quante cartelle lo vuoi?

Bisogna stare attenti a non prendersi troppo sul serio.

Non ricordo esattamente quando incominciai a interessarmi di Beppe Fenoglio. Credo di averlo letto per la prima volta durante il liceo, penso fosse La malora. Di passione cominciai a soffrirne solo durante l’università, quando uno dei primi esami che diedi era proprio dedicato a lui. La malattia vera e propria mi colpì a New York, dove ho vissuto nei mitici anni ’80 reaganiani (ma io non ero lì per quello…). In quel di Manhattan, credo anche grazie alla distanza che avvicina le cose, mi resi definitivamente conto di quanto mi erano importanti quei racconti e romanzi che venivano da un mondo, non solo fisicamente, così lontano. Dopo di che non ne sono più guarito. Ricordo però con precisione che una cosa mi colpì fin dalle prime letture: la serietà. Fenoglio era uno scrittore maledettamente serio. Serio, non serioso, anzi ironico e spiritoso. Ma serio. Cioè un artista che affrontava con profondo rispetto l’oggetto del suo indagare. Una persona talmente seria da volerne sapere di più.

Per chi di voi non ha voglia di consultare un manuale di storia della letteratura del Novecento, ecco una breve introduzione selettiva (anche perché, all’epoca del film, ho scoperto quanto poco e male si sa di Fenoglio, anche tra gli addetti ai lavori, vero Alain Elkann?).
Beppe Fenoglio, figlio di macellaio, nacque ad Alba, nel nord-est della grande provincia cuneese, ai piedi delle colline dette Langhe, il 1 marzo 1922. Durante gli anni del liceo classico scoprì, tra le altre, tre passioni che gli avrebbero cambiato la vita. Le Langhe del ceppo paterno, la letteratura inglese e l’antifascismo (aggiungerei volentieri le donne, ma il discorso ci porterebbe troppo lontano…). La prima di queste passioni, segnata dai volti rugosi e dagli spiriti liberi dei vecchi Fenoglio, lo condurrà a narrare miserie e assurdità della dura vita contadina in testi  dall’incedere universale come La malora o la raccolta Un giorno di fuoco. La seconda, coltivata sulle pagine di Shakespeare, Milton, Marlowe & co., lo spingerà a numerosi esercizi di traduzione (come il pubblicato Il vento nei salici), nonché a stendere in una sorta di inglese arcaico/inventato alcuni tra i suoi lavori più celebri (Primavera di bellezza, Il partigiano Johnny). La terza, stimolata dalle aperte menti di due professori poi divenuti partigiani (Pietro Chiodi, filosofo esistenzialista, e Leonardo Cocito, appeso dai tedeschi a un gancio da macellaio), lo guiderà nell’inverno del ’44 a scegliere la strada delle colline.
La natura (le Langhe), il linguaggio (l’inglese come grimaldello per scardinare l’italiano e trovare la propria lingua) e l’autenticità dell’agire umano (nel catino onnicomprensivo della guerra civile) sono stati i terreni-chiave dell’agire dello scrittore. Ma a dispetto di questo alto collocarsi ispirativo, la sua vita si è mossa su ben altri binari biografici. Deluso dall’esperienza post-bellica (disoccupazione e rapida liquidazione dell’esperienza partigiana), impacciato dalla balbuzie in presenza  di estranei, dopo aver abbandonato gli studi universitari, nel ’47 Fenoglio accetta un posto da impiegato in una ditta vinicola, cedendo alle pressioni della madre, una sorta di Margaret Tatcher dell’organizzazione domestica. Senza mai rinunciare alla quotidiana frequentazione di bar, amici e ritmi provinciali, Fenoglio conduce così una schizofrenica esistenza tra genericità diurne e esaltazioni notturne. Quando, infatti, avrebbe potuto scrivere e riscrivere le migliaia e migliaia di cartelle che di lui ci restano, se non di notte? E quando, altrimenti, avrebbe potuto leggere e tradurre le pagine di Coleridge, Hopkins, T.S Eliot, ecc. che ci sono giunte dopo la sua prematura morte per cancro ai polmoni nel febbraio 1963?
La spiegazione, certamente parziale, sta in quelle ottanta e forse più sigarette al giorno  consumate da quel fisico alto asciutto, da quegli occhi intensi e indagatori che riscattavano il naso butterato. La spiegazione, sicuramente, non esiste. E’ il mistero di un uomo.

In vita, Fenoglio ha pubblicato solo tre libri. Tutti segnati da controversie editoriali. Il primo è del 1952, I ventitrè giorni della citta di Alba, ma lui lo avrebbe voluto intitolare I racconti della guerra civile, solo che, all’epoca, erano i fascisti a parlare di guerra civile, e la sinistra italiana, di cui Einaudi era uno degli editori di riferimento, temeva miopisticamente la definizione. Il secondo, La malora, fu criticato nel risvolto di copertina dal suo stesso direttore editoriale, Elio Vittorini. Il terzo, Primavera di bellezza, uscito nel ’59, era la strana lobotomia applicata dalla Garzanti a un epico romanzo sulla guerra ‘40-’45 che mai vedrà la luce nella forma voluta dallo scrittore (salvo poi diventare nel ‘68, variamente manipolato, Il partigiano Johnny).
In sintonia con una vita irregolare e atipica, lontana dai salotti letterari e dalle ortodossie ideologiche (partigiano con i monarchici, poi socialista con nostalgie azioniste, mai mossosi da Alba), i lavori  più celebri di Fenoglio sono usciti post-mortem. Un giorno di fuoco, l’inquietante e maturo Una questione privata e l’epico Il partigiano Johnny, acefala e incompiuta odissea umana e linguistica che ha svelato definitivamente il suo straordinario laboratorio linguistico. Proprio in quelle pagine, non ancora raffinate dallo sforzo editoriale, ricche di intuizioni e sperimentazioni inedite per la letteratura italiana, si è potuto infine apprezzare tutto il faticoso e mai soddisfatto travaglio dello scrittore alla ricerca di una lingua che raccontasse con il medesimo rispetto, il contorno di una collina e il sapore della prima battaglia, il cielo lastricato di nuvole e il collant sdrucito di una ragazza invecchiata dalla barbarie dei tempi. Fenoglio diceva che partigiano era una parola assoluta, come poeta. Lui ha affrontato entrambe con medesima serietà.

Ora, fermo restando che ritengo inutile e quanto mai dannosa, specie per Fenoglio, ogni forma di celebrazione retorica, perché mai qualcuno dovrebbe aver voglia di leggersi i suoi libri, oggi, nel nuovo millennio? Diciamo per almeno tre buone ragioni.
Partiamo subito sgombrando il campo da un equivoco: Fenoglio non è uno scrittore della Resistenza. Solo chi non lo ha letto può pensarlo. Come dice uno dei suoi più cari amici, il fotografo Aldo Agnelli, “se non ci fosse stata la Resistenza, lui l’avrebbe inventata”. Credo che, a voler essere un po’ bignameschi, i suoi libri parlino principalmente dell’uomo e del senso della vita, nel senso che non si possono piegare ad alcuna facile definizione categorizzante. Altrettanto, è vero che nessuno ha raccontato la Resistenza come lo scrittore albese, tanto che in anni recenti più di uno storico è giunto alla conclusione che i suoi libri sono estremamente efficaci proprio alla comprensione storica di quel periodo. Direi quindi che Fenoglio è uno scrittore che parla di Resistenza/guerra civile/violenza perché è in quel mondo/contesto che la sua visione del mondo si è formata e solo in quel mondo/contesto la si può comprendere fino in fondo. In altre parole, per Fenoglio il senso della vita è la guerra e l’uomo è autentico solo nella misura in cui sceglie di combatterla.  E questa, mi sembra un’ottima ragione per volerlo leggere. Visti i tempi che corrono, un buon antidoto.

La seconda, per quanto mi riguarda, è altrettanto importante. Fenoglio non ha mai disgiunto la sua ricerca umana da quella espressiva. In altre parole, per usare concetti e termini che appartengono al passato, ma che mai sono stati realmente superati nel DNA della nostra cultura, egli non ha mai scisso la forma dal contenuto. Ossia, la forma che questo scrittore dava ad un determinato contenuto non era mai dettata semplicemente dallo stile, perché in lui dimorava la consapevolezza che questo stesso stile era il frutto proprio di un certo contenuto, di una certa impostazione ideologica che, volente o nolente, tutti ci portiamo dietro. Forma e contenuto, per lui, erano dunque la stessa cosa. E quindi, in questa logica, per sconfiggere il fascismo non bastava parlare di argomenti diversi da quelli della propaganda (appunto i contenuti), ma inventarsi un modo diverso di dire cose diverse. Le due modalità non potevano essere disgiunte.
Sembrano concetti elementari, eppure è lo scoglio su cui si è arenata tutta la cultura italiana del ‘900, soprattutto quella di sinistra. Basti pensare a Pajetta che invitava i cineasti del PCI a copiare i cinegiornali Luce, solo cambiandogli i contenuti, come se non fosse proprio la forma dei cinegiornali Luce il loro vero, profondo contenuto (e il clima non è cambiato oggi, si pensi a come la sinistra, spesso e volentieri, ha usato l’audiovisivo negli ultimi 20 anni). Non fatevi sviare da qualche accademico che la considera diatriba ormai passata: la scissione idealista fra forma e contenuto è ancora il paradigma profondo della nostra cultura. Basta leggere i  giornali, guardare la televisione, partecipare ad un qualsiasi dibattito pubblico su film/libro/disco, ecc., per accorgersene.
Fenoglio è uno di quegli artisti che ha fatto del superamento di questa scissione uno dei fondamenti della sua scrittura. Perché altrimenti, ribaltando la questione, scriveva degli stessi argomenti di una Viganò (L’Agnese va a morire) o di un Calvino (Il sentiero dei nidi di ragno) in un modo così radicalmente differente? Perché gli piaceva così? Perché lo trovava figo? Perché così fanno i fighi?
E ancora: dato che la sua scrittura è in effetti radicalmente differente, non è forse  perché quello che lui aveva da dire era radicalmente differente dagli altri scrittori, anche se gli argomenti che trattava erano gli stessi? 
Un amico ricorda che Fenoglio sosteneva di aver voluto scrivere in inglese la prima redazione di quello che diventerà Il partigiano Johnny perché gli italiani non hanno una lingua per raccontare una guerra civile, non l’hanno mai fatta prima. Trovare le parole che esprimano un senso, tutto lì.

Terza e ultima? Perché è uno scrittore italiano diverso da tutti gli stereotipi sull’Italietta. Perché è un intellettuale che non ha mai rifiutato di sporcarsi le mani. Perché nei suoi libri non si corre mai in soccorso del vincitore. Perché ci fa capire che il fascismo non è il Duce e l’olio di ricino, ma un’ideologia profonda dell’Italia piccolo borghese, ancor oggi viva e vegeta. Perché è un laico razionalista che ha letto la Bibbia e non è privo di sentimenti. Ma rimane laico e razionalista. Perché è un piemontese che racconta come l’orgoglio etnico possa essere una fonte di barbarie. Perché i suoi personaggi non rinunciano mai all’esercizio del pensiero critico, ma non per questo smettono di scegliere e agire.
Perché è un gran divertimento leggerlo. Fate un po’ voi.