Mi sono sempre chiesto: perché ho scelta questa parte, la Resistenza? E, insieme, era ed è la parte giusta?
Provo a rispondere con una fotografia.
Estate 1975, 30 anni dopo la fine della guerra, avevo 15 anni, terza liceo scientifico.
La fotografia, sfocata e con i colori alterati dal tempo, mi ritrae in figura intera, maglione marrone, camicia militare fuori dai jeans e i jeans infilati nei calzettoni da montagna. In testa, un basco sulle 23. Sul fianco, uno zainetto militare, in cui, se ben ricordo, erano stipati, tra gli altri, una borraccia, un coltello e una piccola roncola.
Sono appoggiato ad un cartello retto da un bastone, a sua volta infisso in un cumulo di pietre. Sul cartello, credo che sia scritto qualcosa relativo al confine tra la Valle Gesso e la Valle Stura, Alpi cuneesi.
Sullo sfondo, cielo grigio e null’altro, anche perché la fotografia, scattata in cima ai 1673 metri del Pissousa, è ripresa un po’ dal basso. Se l’angolazione fosse stata dall’alto, invece, si sarebbe forse potuto scorgere, là in basso, il tetto della chiesa della Madonna del Colletto. Sotto il porticato della cappella, collocata ai 1300 sullo spartiacque tra le due valli, c’è una lapide che ricorda come proprio in quel luogo, il 10 settembre 1943, Duccio Galimberti e altri avessero formato la prima banda della resistenza piemontese. Cito a memoria la stele: “Divenuta poi l’esercito di Giustizia e Libertà/ vittorioso in montagna e dilagante in pianura”, con quella retorica che già allora mal digerivo.
Duccio era anche il nome di battaglia scelto dal mio amico Alfredo Marzano, compagno di liceo e autore della fotografia. Il mio era Basco.
Alfredo ed io eravamo “saliti in montagna” quell’estate con il dichiarato compito di condurre una sorta di esercitazione militare, propedeutica a quell’imminente nuova resistenza che, ne eravamo convinti, sarebbe stata inevitabile di lì a poco.
In realtà, stavamo nella casa di proprietà dei miei genitori e il nostro training consistette per lo più in corse a rotta di collo giù dai boschi e rotolamenti vari nei prati di fresco falciati. Alfredo, a cui non solo il cognome tradiva un’evidente origine napoletana, dopo tre giorni di rincorse, salti e scorticamenti, ammise candidamente che “la prossima volta la resistenza la faccio al mare”.
Lo so, dirlo adesso fa ridere, ma all’epoca ci credevamo.E non solo perché la Storia sembrava andare in quella direzione.
Certo, c’erano state le bombe e i golpe falliti degli anni precedenti, la lunga scia di morti ammazzati da una parte e dall’altra, culminata quella primavera in sei omicidi nel giro di quattro mesi: Mantakas e Ramelli dalla loro parte; Zibecchi, Varalli, Boschi dalla nostra; Alceste Campanile, per cui non si sa ancora adesso chi ringraziare.
Certo, c’era il clima, come si diceva all’epoca: la strategia della tensione, i servizi deviati, il neofascismo di ritorno. Ma davvero ci credevamo solo perché il contesto ci spingeva a farlo? Il mito della resistenza che ci portavamo dentro era veramente solo il frutto delle circostanze storiche? Era solo il clima ad averci spinto quell’estate a studiare da partigiani (e mentre il nostro addestramento era in fin dei conti una sana attività ginnica, c’era chi, in quegli stessi mesi che, da una parte e dall’altra faceva tragicamente sul serio)?
Né Alfredo, né io infatti provenivamo da famiglie di sinistra, e di fascismo e antifascismo a casa se ne parlava poco. Abitavamo in una provincia cattolica e molto tranquilla, il nostro liceo era un’oasi di disimpegno e la cittadina che lo ospitava registrava solo da lontano le turbolenze di quegli anni. Ma dato che nessuno ci obbligò nelle nostre scelte, che cosa ci spinse allora quell’estate a desiderare ardentemente di diventare partigiani, quasi fosse una condizione esistenziale privilegiata, sorgente di autenticità?
Certo, il clima dell’epoca giocò un ruolo importante, ma solo entro certi limiti. In primo luogo per un fattore imitativo e, soprattutto, perché ci permise di riconoscersi in un noi contro un loro. Questo discorso, a ben vedere, valeva per tutti, sia che si diventasse novelli partigiani, ciellini, neofascisti, compagni o anche solo fighetti da rimorchio. Valeva nel ’45, valeva nel ’75 e vale adesso: si sceglie un gruppo per non essere da meno degli altri e per non essere soli. Spesso, lo si sceglie a prescindere dal gruppo stesso, ma solo perché lo fa l’amico o perché “quel/la ragazzo/a gira con quel gruppo lì”.
Voglio dire con questo che i “valori” portati avanti da un certo gruppo, la sostanza ideologica di una certa posizione non sono importanti? No, ma non credo che la mia adesione ai “valori della resistenza” sia avvenuta a prescindere dalla mia storia personale, dal mio individuale e irripetibile posto nel mondo. Bastava un’infanzia leggermente diversa, anche solo l’esser nati dieci chilometri più in là, e il mio percorso sarebbe stato completamente differente, a prescindere dai “valori” di questa o quella ideologia. Certo, non tutte le ideologie sono eguali, ma ciò che ci spinge ad abbracciare questa o quella non è mai dettato solo dalle ideologie stesse, bensì da quell’unico e irripetibile incrocio tra storie individuali e Storia che forma ogni individuo.
Troppo a lungo ho pensato che le scelte degli altri fossero sbagliate: in verità, ognuno sceglie quel che può, spesso non sceglie affatto, ma si lascia scegliere (anche se, in cuor suo, è convinto di essere il protagonista delle proprie decisioni). Ecco perché, con buona pace di tutti i determinismi sociali, il figlio di un operaio può non voler lottare per la propria classe e quello di un partigiano fregarsene della resistenza
E’ dunque indifferente la mia adesione alla resistenza? Avrei potuto altrettanto tranquillamente diventare fascista o fighetto o ciellino?
In questo senso, penso che la mia adesione all’antifascismo abbia molto a che fare con la ribellione all’ingiustizia, all’oppressione. Ma, si badi bene, non ad un’ingiustizia lontana, storica, di classe, morale o quant’altro, bensì un’ingiustizia reale, concreta, da me patita, di cui io ho fatto esperienza e non perché ne avevo letto sui libri di storia. La resistenza è stata il mio testimone (in quel preciso momento storico) che all’ingiustizia era possibile ribellarsi, insieme ad altri: non tanto all’ingiustizia del fascismo o del padrone o chicchessia, bensì all’ingiustizia che io avevo subito, come figlio, come bambino e poi ragazzo.
Le altre ideologie che interagivano con la mia adolescenza non potevano testimoniare altrettanto, e questo ha fatto la differenza. E questo ci spiega anche perché, al di fuori della sua dimensione conflittuale e oppositiva, il testimone storico della resistenza non funziona più. O, in certi casi, si trasforma addirittura in un boomerang, come testimonia il netto e comprensibile rifiuto di molti giovani della resistenza quand’essa vuole coincidere con il Padre, lo Stato e la Legge.
Solo rigettata nella fornace reale dell’esistenza la resistenza potrà avere vita.