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2002 — ARTICOLO Come si veste Patti Smith - articolo

Come parlare di Patti Smith, della sua musica & carriera, senza risultare irrimediabilmente retorici o nostalgici? Difficile, invero.
Difficile perché tutto ciò che ha a che fare con il rock mi sembra ormai inscindibilmente legato all’uso del termine “passato”: sia per esaltarlo o denigrarlo rispetto al presente; sia per individuare nel passato fonti e derivazioni di quel che accade nell’odierno circo musicale; sia per giustificarne o deprecarne l’ennesimo revival. Il rock intrappolato nella prigione del passato.
Difficile, soprattutto, per uno che deve alla musica di Patti Smith una buona parte delle emozioni della sua giovinezza. Destino comune a molti 40enni, certamente - anche se, dentro, ognuno di noi a 18 anni crede di avere un inconfessabile legame privilegiato con questo o quell’artista, come se solo noi e solamente noi sapessimo veramente di cosa stia parlando e suonando, quasi lo facesse specificatamente per noi. Miraggio e potenza evocatrice della musica, ma anche illusione adolescenziale con un fondo di verità: perché ogni ascoltatore è in effetti un mondo a sé, un’esperienza con i suoi codici e i suoi peculiari deliri. Ecco perché, nel raccontarvi Patti Smith in occasione della pubblicazione dell’antologia di classici e inediti Land 1975-2002, non potrò che partire sempre e comunque dalla “mia” cronaca, dal modo in cui ho vissuto e sono stato attraversato dalla sua musica. Un’avventura “mia” che spesso e volentieri ha coinciso con la “nostra” di adolescenti italiani ora, almeno anagraficamente, adulti, perché Patti Smith è uno dei pochi nomi del rock che possono veramente vantarsi di aver inciso sulla storia e il costume del paese in cui viviamo. E solo alla fine del percorso potremo dire che tutte queste individuali e irriducibili traiettorie non sono che un frammento minoritario, ma dignitoso, di quel flusso chiamato rock che non è fatto solo di dischi e musicisti, ma soprattutto di persone e bisogni. Persone e bisogni che sono quelli che qui ci interessano, su cui, credo, ho qualcosa da dire. Se, invece, cercate la classica biografia più discografia o dotte analisi storiche piene di riferimenti musicofili, risparmiatevi quel che segue, andate su Internet e non rompete i coglioni.

1976, Horses
Sì, lo so, Horses esce nel novembre dell’anno precedente. Ma non è quella “storia” che qui ci interessa. A Chieri, cittadina cattolico-piccolo borghese della cintura torinese dove ho fatto il liceo, la cantante- poetessa (patetica definizione con cui i giornalisti da sempre definiscono quei pochi musicisti rock che sanno usar la penna) iniziamo ad ascoltarla nella primavera di quell’anno, spinta da un grande cover (Gloria) e da una fama che la precede come un’armata al galoppo. Certo non sapevamo ancora chi fossero Lenny Kaye, Tom Verlaine, Sam Shepard, Robert Mattlethorpe o il CBGB’s. Ma quando leggevamo che il disco gliel’aveva prodotto John Cale, che c’era un bootleg in circolazione (Teenage Perversity And Ships In The Night: ce l’ho, rosicate fans) in cui era ospite Iggy Pop o che tra i suoi ispiratori annoverava Arthur Rimbaud, Pierpaolo Pasolini e William Burroughs, beh, allora c’era di che restare incantati e eccitati. Era come una folata di vento che ti rimette al mondo. Via quella merda dei Genesis, Santana e Yes. Via la melassa dei cantautori. Vaffanculo a tutti quelli che te la menavano che la musica dei ’60 era meglio, che quell’epoca non si sarebbe mai ripetuta, che tu 15/16enne non potevi che ascoltare qualcosa che era già accaduto. Horses era arrivato e tutto ripartiva. I giornalisti lo chiamarono punk, ma il nome ci importava poco. C’era rabbia, violenza e aggressività, ma anche idealismo, grazia e pathos. A noi italiani, credo, il punk ce lo spiegarono più tardi Sex Pistols o Ramones, mentre ai nostri occhi Patti Smith era nient’altro che la tradizione del rock ribelle che ritornava a farsi sentire dopo anni di seghe estetiche e virtuosismi tecnici. Come scriverà anni dopo Legs Mc Neil su Spin, Patti era la donna che spaccava il culo a tutti i rocker, la ragazza che tutti i ragazzi sognavano di emulare. E, aggiungo io, che tutti avrebbero potuto emulare: gran voce ma nessuna tecnica, poeta incendiaria ma acerba, profeta generazionale e coacervo di inestricabili contraddizioni. A noi provinciali (di Chieri, ma anche d’Italia, provincia dell’Impero occidentale) Patti Smith faceva un gran bene.

1976, estate, Radio Ethiopia
Quell’anno, con la scusa dell’inglese, riuscii a convincere i miei a lasciarmi andare in vacanza in Inghilterra. Tre settimane che diventarono immediatamente un trip alla ricerca di musica, erba e sesso. Ma mentre i primi due tragitti ebbero una navigazione decisamente facile (complici il festival di Reading e un ottimo afgano nero comprato in loco), il terzo passo del viaggio fu, come spesso capita con tutto ciò che non ti va di pagare per avere, travagliato e insoddisfacente. A un giorno dal ritorno, però, l’inaspettata svolta: Gabrielle Marchand, 15enne parigina. Non succede niente, neanche a Parigi dove la seguo sulla via del ritorno, ma tant’è: ero cotto e il trip era iniziato anche su quel fronte. Tornato al paesello, come nelle migliori tradizioni, la penso e la sogno. Complice anche un dischetto da poco uscito pieno della giusta rabbia che va a braccetto con le scariche ormonali di un sedicenne: Radio Ethiopia. Nella copertina interna, nel consueto meraviglioso b&n, una foto della nostra cantante seduta per terra in una strada parigina con alle spalle la scritta Vive l’Anarchie. Io, che anarchico non ero (dio solo sa cosa fossi e fossimo), sedotto da quella coincidenza (quasi fosse un incredibile segno del destino che anche Patti fosse stata a Parigi!!), ho l’illuminazione: cartolina a Gabrielle, vive l’anarchie e qualche altro oscuro riferimento che per me significava semplicemente “ti amo”. Risposta: mia madre ha letto la cartolina, non scrivermi più. Adieu Gabrielle, meglio Pissing In A River.

1979, Bologna
Molta acqua è passata sotto i ponti. Siamo tutti un po’ più vecchi e confusi. Il festival del Parco Lambro non si fa più, il movimento è a pezzi, Moro è morto. Si capisce che nell’aria c’è qualcosa che ci sussurra: nulla sarà più come prima. I Sex Pistols ce l’avevano annunciato (No future), i Talking Heads ce l’avevano spiegato (post-moderno lo chiameranno di lì a poco), ma noi non eravamo pronti: le orecchie godevano, ma la testa non comprendeva ancora. Così, quando nell’estate del ’79 si sparse la voce che Patti Smith veniva per la prima volta nel Belpaese, un vero e proprio brivido scorse lungo la schiena di tanti, tantissimi. Anche perché, in un mondo che cambia, Patti no, ci sembrava sempre lei.
Il disco che aveva accompagnato la sua degenza (caduta da un palco in Florida con rottura di vertebre) ce l’aveva confermato: Easter del ’78, il mio preferito insieme a Horses, era colmo di gemme come Ghost Dance, Rock'N'Roll Nigger, Privilege, senza dimenticare il suo unico vero hit, la sprigsteeniana Because The Night. E anche se Wave, il lp del ’79 che trainava il tour, non era all’altezza  del predecessore, c’era dentro comunque ottimo cibo per gambe&cervello: Seven Ways Of Going, Dancing Barefoot, la byrdsiana So You Want To Be A Rock’n’Roll Star. Insomma, al richiamo rispondono in 150 mila tra Bologna e Firenze, una sorta di catarsi collettiva, un rito pagano in nome del rock, un bagno di folla che avrebbe dovuto lavar via le ferite di una generazione, un nuovo inizio. E invece fu una fine. Bellissima, inevitabile fine.
Entrai nel Dallara di Bologna nel primissimo pomeriggio sotto un sole cocente. Sul prato eravamo già più di diecimila quando verso le 16 Kaye & co. vennero a fare il sound-check a suon di For Your Love degli Yardbirds. Ma fu chiaro, da quel momento, che lì i riti erano due. Sul palco, loro, i musicisti, a celebrare l’eterno ritorno della ribellione rock santa e puttana. Sul prato, noi, inconsapevoli protagonisti di un funerale annunciato, con Carlo che girava tra il pubblico indifferente con una siringa infilata nel braccio. Più tardi, Patti la ricoprimmo di terra e erba per quella bandiera americana tesa sul palco, per quella voce del papa buono Albino Luciani trasmessa nell’aria irrespirabile, per quelle dichiarazioni (“io sono un’artista americana e non ho colpe”) che non dicevano quello che volevamo sentirci dire: io sono la rivoluzione, io sono il rock’n’roll dei negri, io sono la vostra giovinezza che non se ne andrà. Come dissero alcuni tra i più svegli di quella generazione, la rivoluzione era finita e avevamo vinto. Ma nessuno li ascoltò. Per Patti fu meglio così. Brucia prima di spegnerti e il silenzio la accolse.

New York, 1996
Da allora ho visto Patti Smith altre tre volte. A Correggio nel ‘96, in un festival dell’Unità con momenti eccellenti (Verlaine alla chitarra, l’amichevole visita on stage di Michael Stipe, alcune canzoni da Gone Again, il buon disco di quell’anno) e ridicoli (l’apparizione del figlio Jason). A Ostia tre anni dopo, nello splendido scenario del teatro romano a far ballare 20 e 40enni con vecchi classici e l’ottimo Peace and Noise del ’97.  Ma ormai tutto era diverso. L’energia era ancora straordinaria, ma i capelli grigi raccontavano tutti i suoi 50 anni. Nel frattempo, gli è morto un marito (Fred “Sonic” Smith dei MC5), un fratello e tanti amici (Ginsberg, Mattlethorpe,  Jeff Buckley, ecc.). Anch’io non ero più lo stesso, meno morti nel curriculum, qualche certezza in più, una compagna e una famiglia: che ci facevo lì a cantare a squarciagola “Ti piace il mondo attorno a te?/ Sei pronto a comportarti bene?/Fuori dalla società, mi stanno aspettando/ Fuori dalla società, è dove voglio essere”? .
La risposta, senza volerlo, mi è arrivata quando ho riflettuto sul terzo incontro, il più casuale, il più ravvicinato. Era una calda e deserta domenica mattina d’agosto 1996, verso le 11, sulla 6^ Avenue di Manhattan, downtown. Ero andato a comparmi un paio di scarpe, di quelle che trovi solo a New York, ma poi scopri che le hanno fatte a Poggibonsi. Insomma, ero lì a fare il mio bravo shopping, quand’ecco arrivare lei. Espadrillas nere con le calze, pantaloni che lasciavano intravedere i polpacci pelosi, capelli grigio bianchi spettinati, giacca spiegazzata, un’evidente peluria sopra il labbro superiore. Insomma, eccola qui la mia musa giovanile, non bella e maledetta come sulla copertina di Horses o scatenata e carismatica come sul palco di Bologna. No, stracciona e normale come una qualsiasi bohemienne dell’East Village che cammina solitaria sulla 6^ Avenue in una domenica mattina d’agosto. Credo che tutto il fascino e la forza di Patti Smith stia in quell’immagine, in quello scarto dall’incendiaria che fu, dalla forza che ha saputo e sa evocare (come quando oggi dice, dopo l’11 settembre, “sono un’artista americana e conosco le mie colpe”). Quando avevo diciassette anni le mandai una lettera traboccante angst all’indirizzo della casa discografica. Naturalmente, non ottenni mai risposta. Quella mattina avrei potuto fermarla e parlarle, ma non lo feci, ammaliato e sedotto da quelle gambe pelose. Ora scopro che sui siti internet c’è almeno una mezza dozzina di indirizzi e-mail a cui poterle scrivere.  Personalmente. Quasi quasi lo faccio, mi congratulo per Land e le chiedo di non cambiare mai.