• Rumore
    gennaio

1994 — ARTICOLO A che cosa serve questo giornale? Note sulla stampa musicale italiana - articolo

Che cosa ci spinge, al di là delle magrissime soddisfazioni economiche che ne possono derivare, a scrivere su un giornale di musica? Che cosa vi spinge a leggere un giornale di musica?

Io non so se ve lo siete mai chiesti. Eppure in Italia esistono, in percentuale, più riviste che negli Stati Uniti e le loro tirature non sono affatto deludenti.

Il sottoscritto, una quindicina d'anni fa, ha incominciato a scribacchiare quasi per caso su una rivista musicale. Da allora, ho collaborato ad alcune delle principali testate italiane del settore (Rockerilla, Buscadero, Fare Musica, Rumore), partecipando anche a trasmissioni radiofoniche (Stereodrome, predecessore dell'attuale Planet Rock) e realizzando quattro libri su argomenti musicali (Rockin' Usa con Alberto Campo e tre monografie, rispettivamente sull'hip hop, i Sonic Youth e una di imminente uscita sulla scena di Seattle). In altre parole, conosco il settore e, forse proprio per questo, a un certo punto ho sentito il bisogno di chiedermi che cosa stavo facendo. Vizio terribile quello di interrogarsi sulla propria esistenza, ma di cui forse tutti dovremmo essere un po' più affetti.

Comunque sia, le risposte che mi sono dato non sono certamente gratificanti. E, proprio per questo, prima ancora di esporvele, vorrei precisare che esse non derivano assolutamente da antipatie personali o rancori arretrati: non ho alcuna ragione privata per "parlare male" delle riviste a cui ho o non ho collaborato. A dimostrazione di ciò, vedrete che non risparmierò critiche nemmeno a Rumore, testata a cui, ovviamente, riconosco meriti che me la fanno preferire alle altre (se no, perchè ci scriverei?).

Detto ciò, bando ai preamboli.

1. La maggior parte delle riviste musicali italiane sono scritte da cani. Se è già imbarazzante leggere certi strafalcioni grammaticali, è del tutto insopportabile essere costretti a confrontarsi con un lessico che a stento supera quello di un bambino di terza media. Slogan ad ogni piè sospinto, inglesismi a iosa, frasi fatte, un vocabolario ridotto a si e no mille parole: che cosa hanno fatto di male i lettori di queste riviste per meritarsi una simile tortura? E non mi si venga a dire che così si preserva lo spirito "autentico" della passione musicale: scrivere male è solo indice di ignoranza, non di autenticità. Puà anche darsi che i Sex Pistols non fossero dei mostri di grammatica, ma i Sex Pistols non facevano i giornalisti! Ci sono delle fanzine, anche italiane, scritte mille volte meglio della maggior parte delle riviste specializzate che si trovano nelle edicole. Perchè uno deve pagare cinque/seimila lire per leggere degli errori grammaticali? Possibile che tutti i lettori delle riviste metal abbiano un lessico troglodita? E non è una questione di gergo: nessuno vuole sostenere che bisogna parlare di Sepultura come si parla di un quadro o di un evento politico, ma Carlo Emilio Gadda o Pier Paolo Pasolini ci hanno insegnato che anche con la nostra lingua si possono usare espressioni gergali senza per questo rinunciare alla correttezza grammaticale. Il discorso poi è un'altro: la povertà del lessico è spesso sinonimo di povertà di idee.

 

2. Alcune volte capita che gli errori grammaticali di cui parlavamo sopra siano in realtà frutto dei refusi di stampa. Purtroppo, la maggior parte delle riviste è redatta con un dilettantismo deprimente. Se questo era parzialmente scusabile quando molte di queste testate esordivano in veste di fanzines, far finta di niente, ora che hanno alle spalle oltre dieci anni di attività, è persino controproducente. E' possibile che ancora adesso Rockerilla, il Buscadero o Fare Musica continuino a martoriare gli articoli dei loro collaboratori e non mettano nemmeno uno spazio dedicato alle errata corrige? Perchè una rivista come Rumore ha una grafica approssimativa come quella di Rockerilla? Solo perchè i direttori si frequentavano un tempo? Mi si dirà che è una questione di soldi. Eppure ci sono delle riviste specializzate in altri settori che possono contare su meno lettori e minori introiti pubblicitari, ma che contengono meno errori di stampa e più dignitose vesti grafiche (si vedano Cineforum, Segno Cinema o Linea d'Ombra, tanto per far dei nomi). Per non parlare poi delle fotografie: stampate generalmente male (solo Rockstar fa eccezione), sono utilizzate per lo più in maniera didascalica e prevedibile. Avere pochi soldi non significa disprezzare il lavoro di chi scrive o avere poche idee su come impaginare. Qui, insomma, la povertà economica non deve essere sinonimo di povertà di idee.

 

3. Superati a fatica gli ostacoli lessicali, i refusi e i dilettantismi della grafica, veniamo alle note più dolenti: i contenuti. In Italia, con rare eccezioni, non esiste il giornalismo musicale. Esistono dei fans, degli appassionati, che hanno deciso un giorno di prendere la penna in mano e scrivere dei gruppi o delle musiche che preferiscono. Questo, sia ben chiaro, non è giornalismo, ma propaganda. E' la stessa cosa che scrivere su Hurrà Juventus o Forza Milan. Ora, a meno che non mi si venga a dire che la musica e il calcio sono la stessa cosa, non posso pensare di dover pagare quelle famose cinque/seimila lire al mese per leggere le opinioni di un tifoso. Che senso avrebbe? Naturalmente, ci sarà qualcuno che mi dirà che non è vero, che questo o quel gruppo non è più nelle grazie di una certa rivista, che è stato stroncato questo o quel disco. A parte il tarlo delle mode (di cui ci occuperemo in seguito), il problema non è se a un certo punto della sua esistenza Rumore ha smesso di parlare bene dei Jesus and Mary Chain o se Il Mucchio Selvaggio ha deciso di stroncare un disco di Springsteen (sarà mai?). Il vero nodo è un altro: le riviste musicali italiane sono scritte e pensate con la mentalità dei fans. Prendiamo Rumore: possibile che Baroni debba sempre occuparsi di industrial-noise, Campo di reggae/rap e Sorge di grind? Pur non avendo nulla contro i tre colleghi, mi chiedo perchè si occupino solo delle musiche che preferiscono. La ragione probabilmente sta nel fatto che se scrivessero delle altrui faccende, incapperebbero nelle ire dei fans dei rispettivi generi. Ma così facendo le opinioni si sclerotizzano, la prevedibilità regna. E si finisce con l'assurdo di avere, ogni mese, almeno dieci dischi di generi diversi "assolutamente da comprare". Basta guardare le firme sotto per rendersi conto che a consigliarne l'acquisto sono sempre i soliti "appassionati" del settore. Sarebbe come se un critico cinematografico di un quotidiano recensisse solo i film spagnoli perchè sono gli unici che gli piacciono e lasciasse al critico americanista il compito di occuparsi di quelli americani e a quello italianista dei film italiani e via dicendo. Paradossi a parte, il limite della scrittura dei fans è evidente: lo spirito critico è irrimediabilmente compromesso. Si ragiona per compartimenti stagni: io mi occupo solo di quel che mi piace. Oppure: di country su questa rivista non si parla. E perchè no? Sempre di musica si tratta, no? Eppure sul Buscadero non vedrete mai recensito un disco di rap e Rockerilla è difficile che dia spazio a un cantautore italiano.

Qui sta la differenza tra la critica e il giornalismo dei fans. La prima dovrebbe occuparsi di esprimere opinioni tese a indicare l'ascolto (l'acquisto) di un certo prodotto a un pubblico di lettori, il secondo è un dialogo tra i convertiti di una medesima tribù.

 

4. Gli effetti di una simile condizione della stampa musicale sono ancora maggiormente percepibili se si valuta la capacità della sua penetrazione nel dibattito culturale generale: praticamente zero. In altre parole, le cosiddette riviste musicali incidono poco o nulla sul terreno sociale su cui agiscono. Non è un caso. La maggior parte dei cosiddetti giornalisti musicali italiani, essendo dei fans, ha una cultura generale molto limitata, è incapace di stabilire paralleli e vedere i rapporti tra i fenomeni musicali e quelli artistici, politici, economici, antropologici che lo circondano. Ci sono riviste come quelle di metal che sembrano essere scritte nel vuoto: oltre a non esserci contesto, non c'è la minima auto-coscienza del proprio ruolo. Proprio come le riviste dei tifosi di calcio.

Ovviamente, ci sarà chi salterà su dicendo che le riviste musicali non si devono occupare di politica o che la musica basta e avanza. Sono polemiche vecchie che non meritano piu` di tanta attenzione. Diciamo solo che se si vuole continuare ad essere così scemi da, ad esempio, non vedere il nesso tra il costo dei dischi e la crisi economica in atto (o forse anche questo è un argomento estraneo alla musica ?!?), si dovrebbe almeno avere la decenza di leggere i libri di storia. Magari si scoprirebbe che l'uomo ha qualche milione di anni sulle spalle e che la vita del rock occupa sì e no un milionesimo della sua vicenda terrena. Chi ha orecchie per intendere, intenda.

 

5. Se quanto detto sopra si ricollega puntualmente all'analisi fatta in questo stesso articolo da Marco De Dominicis (il giornalismo musicale non si è mai pensato come critica), quel che segue vuole invece cercare di spostare ancora oltre il dibattito. Il giornalismo musicale italiano (e i suoi destinatari: voi, lettori) è funzionale alle peggiori forme del consumismo. Pur credendosi (fingendo) fuori dagli schemi dell'industria culturale, esso si articola secondo le più deleterie caratteristiche della medesima. Che cosa sono, se non degli annunci pubblicitari gratuiti, le oltre dieci pagine di recensioni che la maggior parte delle riviste presenta ogni mese? Possibile che ci siano così tanti dischi che meritano di essere recensiti? Che fine hanno fatto tutti quei gruppi di cui solo due anni prima si redigevano elogi sperticati? Perchè la fortuna critica di un gruppo musicale è generalmente destinata a durare meno di due dischi? Perchè la "fama" di un gruppo spesso coincide con il rigetto da parte della critica? Modaiola, elitaria, esterofila, consumistica, nozionistica, la stampa musicale italiana gioca un ruolo marginale all'interno del carrozzone dei media, ma nonostante ciò si adegua meschinamente al ruolo che altri le hanno predestinato: far vendere merce.

 

6. Le riviste, lo dice il nome stesso, sono scritte per qualcuno. C'è qualcuno che le compra, che le legge, che magari le apprezza. Non ci interessa stabilire se è nata prima la gallina o prima l'uovo, ma non ci stiamo ad addossare tutta la responsabilità di quanto accade nella stampa musicale italiana ai soli giornalisti. Il pubblico ha le sue belle responsabilità e di questo raramente se ne parla.

Vorrei citare un esempio personale, tanto per essere chiari. Mi capitò anni fa, durante la trasmissione radiofonica Stereodrome, di sostenere che il rock come forza antagonista fosse stato ormai fagocitato dal rock come istituzione. Il rock come Mito ribellistico era morto. La segreteria telefonica della trasmissione venne inondata da telefonate di ascoltatori. Tutti incazzati contro la mia tesi: che diritto avevo di dire che il rock era morto? Peccato che non era quello che avevo detto.

Ora, se mi chiedeste quali sono i miei dischi preferiti del momento, citerei probabilmente due titoli rock su tre. Lampante contraddizione? Niente affatto, semplicemente non ho mai creduto morta la musica rock, ma sicuramente spenta la sua carica eversiva. In altre parole, mentre nel '77 ritenevo che i Sex Pistols fossero gli indicatori tangibili di una ribellione al sistema, ora non credo che i miei amati Afghan Whigs rappresentino chissà quale rivolta. Eppure mi piacciono, forse persino piu` dei Sex Pistols. Ma per il pubblico di Stereodrome queste distinzioni non contavano: secondo loro, io avevo detto che il rock era morto. Che cosa era accaduto? Semplicemente, avevo osato toccare il loro Mito ed essi non ci stavano. Io ragionavo da giornalista (magari sbagliando, non è questo il punto), loro da tifosi. Dialogo impossibile.

Questo atteggiamento del pubblico è una delle principali cause che determinano la povertà della stampa musicale italiana. E come potrebbe essere altrimenti: da dove credete vengano i giornalisti fans? E, soprattutto, come potrebbero agire altrimenti: provate a scrivere su Forza Milan che Costacurta e` un mediocre difensore o che Papin e` stato un acquisto inutile. Si incazzerebbero tutti e nessuno comprerebbe più il giornale. Stretti in questo circolo vizioso (riviste scritte da fans per un pubblico che ragiona da tifoso), i giornali musicali sprecano il loro potenziale critico nella mera adesione a quanto i lettori si aspettano, rinunciando a giocare il ruolo dinamico che la loro professione richiederebbe.

 

Se queste poche note faranno arrabbiare qualcuno, allora sarò contento: vorrà dire che non avrò sprecato il mio tempo. Ma sia chiaro che esse non vogliono essere nient'altro che un contributo a un dibattito da farsi. E già nel proporlo senza censure e presunzioni, Rumore si candida ad essere quella rivista che ancora non esiste, ma su cui un giorno vorremmo scrivere.