2002 — Gli Spietati Recensione "Alice è in paradiso"

di Mauro Ravarino

“Don’t hate the media, become the media” (non odiare i mezzi di comunicazione, diventa tu stesso un mezzo di comunicazione), come slogan, ha un’origine certamente più recente rispetto alla nascita di Radio Alice, ma l’esperienza dell’emittente bolognese è sicuramente alla base di questo pensiero, che attraversa l’informazione e la cultura alternativa degli ultimi anni. 
Radio Alice fu uno dei più importanti esperimenti italiani sul linguaggio e sulla comunicazione: un sogno che si avverrò in modo intenso e breve nell’epoca delle radio libere degli anni Settanta.

Il 9 febbraio del 1976 Radio Alice iniziò le trasmissioni, l’11 marzo del 1977 lo studente Francesco Lo Russo viene ucciso da un carabiniere durante i tafferugli nei pressi dell’università di Bologna, alle 23,15 del giorno seguente Radio Alice fu chiusa dalla repressione della polizia, che l’accusò di aver diretto via etere gli scontri. 
Ma collegando l’avventura di “Alice” solamente al movimento del ’77 e ai fatti politici di quegli anni, si rischia di non mettere in evidenza la natura del suo progetto, la vera “rivoluzione” che attuò sul piano del linguaggio e il tentativo, che sia stato raccolto o abbia avuto successo non importa, di scardinare, in modo creativo, il sistema dei media. 
Guido Chiesa ripercorre la storia della Radio attraverso interviste, materiale d’archivio o inedito. Con una struttura che potrebbe esser metafora della ciclicità della storia, il documentario inizia con l’irruzione nei locali della radio da parte della polizia e si conclude con l’assalto delle forze dell’ordine a Radio Gap a conclusione del contro vertice organizzato dal Genova Social Forum nello luglio del 2001 (anche in quell’occasione anticipato dalla morte di un ragazzo, Carlo Giuliani). Attraverso le voci dei protagonisti di allora, tra cui Francesco Bifo Berardi e Maurizio Torrealta, Chiesa ripercorre la parabola della radio, da come nacque quasi per caso a come si sviluppò in un contesto aperto che coniugava istanze artistiche e politiche. Non c’era un palinsesto vero ma dominavano l’improvvisazione e la contaminazione: la radio veniva intesa come un flusso di voci, rumori, suoni e silenzi. 
L’introduzione più grande fu l’utilizzo del telefono, della diretta telefonica, come simbolo dell’interattività della rottura rispetto ai modelli monodirezionali dei media tradizionali, al pari di una quarta parete teatrale, veniva messa in discussione la rigida distinzione tra destinatario e ricevente, dando vita ad una poetica di creazione collettiva della radio. La redazione era aperta, i microfoni raggiungibili; Alice si riallacciava in fase ideale alla democratizzazione dell’accesso predicata dal ’68 (che però fu poi più sensibile ai posti di potere rispetto al movimento di cui Alice fece parte).  
Il “linguaggio sporco” di Alice, fatto di notizie, favole, musica, ironia, sproloqui, burle, si ricollega all’idea deleuziana della produzione di senso: rompendo la passività dello spettatore, diventa esso stesso come la radio protagonista della trasformazione sociale. “Il linguaggio è il vero terreno della trasformazione”, sottolineano sia Bifo che Guido Chiesa. 
Radio Alice recuperò le avanguardie, storiche e non, l’(anti) estetica Dada e mise in scena la priorità del processo rispetto al prodotto, rifiutando i modelli di comunicazione chiusi in sé, diventando un primo ipertesto proiettato verso la Rete e agendo sul linguaggio, intendendo la radio come ambiente interattivo e non solo strumento di comunicazione. 
Anticipatrice, nel suo piccolo, di un futuro che da lì a poco si sarebbe rivelato, dalla neotelevisone ad internet. Ma purtroppo si è persa la libertà di quel momento e di quell’idea: la normalizzazione successiva alla liberalizzazione dell’etere ha portato, con l’entrata del grande capitale, la formazione di un oligopolio mediatico. Qualche segnale positivo sembra che ora emerga, da Indymedia a Global Tv, diversi network indipendenti hanno dimostrato come si può rompere la dittatura mediatica, da Seattle in poi (“reclaim your media”) con la creazione di una rete di comunicazione alternativa che sia trasversale. 
Il film prova a mettere in scena il flusso che caratterizzava la radio attraverso il linguaggio audiovisivo del cinema e del video, tra immagini deformate, effetti digitali e montaggio serrato. Tengono le fila del continuum visivo, che spesso si attorciglia, una bimba d’oggi (l’elemento di fiction all’interno del documentario) in cerca di Alice, la radio, e chissà magari anche del paese delle meraviglie, e un’animazione semplice dai colori psichedelici e dai tratti fiabeschi e simbolici, che rallenta la corsa delle immagini. L’autore affronta “vorticosamente” più discorsi; sceglie come struttura del suo lavoro un’idea potenzialmente molto originale (la messa in scena del flusso) che però si perde nel mantener legati più filoni dal reportage “obliquo”, all’animazione, alla sperimentazione digitale (soluzioni anche kitsch), alla fine rimane in parte insoluta e un po’ confusa. Un pregio è innegabile: Guido Chiesa restituisce agli spettatori del Duemila la percezione di cosa poteva essere Radio Alice per chi non né fosse stato “attante”, al tempo, con voce o orecchie. I toni non sono mai retorici, anzi c’è molta ironia nell’opera del regista torinese che racconta l’ala creativa del movimento bolognese, perché allora si diceva “Mai più rivoluzione se non sarà divertente”. “Alice è in Paradiso” è un documentario importante per le tematiche che affronta, per la memoria che ci restituisce e che crea (di Radio Alice poco si sapeva e molto si scordava), ma il tentativo di superare la “dicotomia” tra forma e contenuto, riuscito ad Alice, non è stato del tutto realizzato (ecco perché ci tocca mediare un voto comunque positivo).

voto: 7