I MIEI ERRORI DI ORTOGRAFIA E LE COSE CHE CONTANO

Commetto numerosi di errori di ortografia (e grammatica). Non solo su questo sito, su Facebook o nelle comunicazioni private, ma in generale nella scrittura. Prima di tutto, me ne scuso con chi, per scelta o costrizione, mi legge. Un po' dipende dalla fretta (e il bello è che ho pure girato un film chiamato LAVORARE CON LENTEZZA...), un po' dalla distrazione, un po' perchè talvolta mi ritrovo a fare più cose contemporaneamente (tipo scrivere e allo stesso tempo scaricare fotografie di calciatori per mio figlio o cercare di ricordarmi di spegnere il fuoco acceso...). Ma sono tutte scuse. Ho sempre sostenuto che conta più la sostanza degli orpelli, ma sono il primo a ritenere che forma e contenuto siano inseparabili e che quindi non abbia senso stabilire gerarchie.Così tanti errori hanno sicuramente un'altra origine.

Mia moglie sostiene che non so l’italiano. In parte ha probabilmente ragione, in parte non è vero, perché, una volta che mi rileggo con calma, sono il primo a rendermi conto degli errori. Penso che i miei sbagli dipendano - così come la fretta, la distrazione, l’ansia, lo stress, ecc. - da altri fattori e che quest’ultimi meritino un’indagine.

Indagare sé stessi, la propria storia, per capire l’origine dei propri limiti e conoscersi un po’ meglio. Senza fasciarsi la testa o cadere nella depressione per ciò che di sé stessi non “funziona” o non va come dovrebbe andare, ma anche senza fingere di “essere nati così” o di specchiarsi narcisisticamente nelle proprie insoddisfazioni. O peggio ancora celebrarsi nell’egoismo del “questo sono io, sono fatto così”, frase il cui sottinteso corollario è spesso “chi se ne frega degli altri”. Siamo esseri sociali, viviamo nelle relazioni. Senza gli altri siamo nulla.

Per spiegarmi meglio, dove le parole falliscono o risultano ambigue, prendo in prestito questa immagine della fotografa americana Evelyn Hofer, di cui ringrazio Nicoletta per la preziosa segnalazione. Si chiama “Saul Steinberg, with himself as a Little Boy”. Saul Steinberg era un noto disegnatore americano e il cartonato che tiene per mano è una fotografia di sé stesso da bambino.

Quello che vorrei provare a fare in questa fase della mia vita, anche professionale, è di  prendere per mano quel lontano me: la mia infanzia, il bambino rimasto senza voce, quella fase della vita in cui mi sono accadute cose che non ricordo (o non voglio ricordare), ma che mi hanno segnato per sempre. Hanno segnato quello che sono adesso, con tutti i suoi limiti e  pregi, difetti e qualità. Mi hanno “fatto”.

Non lo faccio per nostalgia o culto del passato, meno che mai per il mito del fanciulletto o ossessioni psicanalitiche, ma solo per capire un po’ meglio chi sono e, di conseguenza, chi sono i miei simili. Imparare a fare i conti con quel piccolo (e quello che gli hanno fatto) e imparare ad amarlo per poter meglio amare gli altri. Com’è scritto: «Lasciate che i bambini vengano a me, perché di questi è il regno dei cieli».

Non preoccupatevi: non vi ammorberò con racconti della mia infanzia, reminiscenze pascoliane o elucubrazioni psicologiche. Altri sanno farlo meglio di me e io non ho i titoli per cimentarmi su questa strada.Si può parlare di questi argomenti anche scattando una fotografia come questa, scrivendo un libro come “I fratelli Karamazov” o girando un film che racconta di un ragazzo su una zattera in compagnia di una tigre.

Queste, per me, sono le cose che ora contano.

Perciò ho scelto di sostituire l’immagine di  IO SONO CON TE, che da molto tempo faceva da copertina sulla mia pagina di Facebook. Avrei preferito farlo dopo la trasmissione del film su RAI 1 prevista per il 29 dicembre scorso: sarebbe stata la simbolica chiusura di un ciclo, iniziato ormai sette anni fa. Un ciclo non terminato, ma come spesso accade, evoluto in altro. Purtroppo, come saprete, la programmazione del film è stata cancellata e nessuno finora ci ha fornito spiegazioni sulla improvvisa scomparsa di IO SONO CON TE dai palinsesti. Cercheremo in ogni modo di capire che cosa è successo, ma la vita deve andare avanti.

Per cui (sperando di non aver fatto altri errori di scrittura!), grazie per aver voglia di seguirmi e di leggermi.