Un amico mi scrive che in un articolo sulla rivista ROLLING STONE si dice che io avrei conosciuto e intervistato Kurt Cobain.
L’informazione è vera solo in parte.
Intervistai Cobain nel 1989 per la rivista ROCKERILLA all’epoca dell’uscita di BLEACH, primo lp dei Nirvana (scrissi che si chiamava Kobain… sorry). L’intervista avvenne per telefono, per cui non lo incontrai mai di persona.
L’incontro più “ravvicinato” avvenne nel settembre 1991, quando venni invitato dalla casa discografica Geffen a uno showcase, un concerto “a inviti” per la presentazione di NEVERMIND. Qui, oltre alla stampa e a tanti ammiratori della band, c’era la crème de la crème del rock alternativo newyorkese con in testa Thurston Moore e Kim Gordon dei Sonic Youth, a cui i Nirvana avevano appena fatto da spalla in un tour inglese.
Prima del concerto, Moore mi disse qualcosa del tipo “sono pazzeschi”. E aveva ragione.
Non ho mai incontrato Cobain, ma ho conosciuto molti tossicodipendenti, tra cui numerosi musicisti. Di alcuni sono stato anche amico. Conoscerli e frequentarli mi ha segnato e, inevitabilmente, mi ha costretto a pormi delle domande.
Ognuno di essi aveva la sua parabola, la sua personale traiettoria e, com’è vero che ogni essere umano è una storia a sé, penso sia difficile, e forse impossibile, comprendere fino in fondo la radice della loro sofferenza. Ma, così come è vero che siamo in grado di stabilire alcuni minimi comuni denominatori tra gli esseri umani - ad esempio che sono tutti nati da donna, tutti generati dall’unione di due gameti di sesso diverso, tutti mortali - non è assurdo pensare di definire alcuni elementi comuni alle storie di tossicodipendenza.
Sia chiaro: non voglio qui riproporre le tante, complesse (e irrisolte) teorie psicologiche, psicanalitiche, neuroscientifiche, sociologiche e quant’altro che sono state elaborate nel corso degli anni. Ognuna di esse, sono certo, ha le sue ragioni d’esistere, le sue fondate motivazioni.
Per cercare di dire qualcosa di personale e possibilmente sensato su Cobain, la musica e la tossicodipendenza, preferisco invece utilizzare due brevi testi in cui sono di recente incappato: queste riflessioni sono il meglio che mi sento di offrire in memoria di Kurt Cobain, che non ho mai incontrato.
LIBERTA’ E ISOLAMENTO
La prima è la testimonianza di Damon Albarn (ex Blur, Gorillaz), altro eccellente musicista e tossicodipendente:
“L'eroina mi faceva sentire libero. Odio parlarne per via di mia figlia, della mia famiglia… Ma mi ha reso incredibilmente creativo. […] Comunque, è una cosa molto, molto crudele. L’eroina ti isola, e, in ultima analisi, qualsiasi cosa che ti crea dipendenza è sbagliata”.
In tutti i racconti che ho sentito sull’eroina, ho sempre riscontrato una sorta di doppio, inscindibile legame.
Da un lato l’eroina apre le porte alla libertà e alla creatività, ti fa sentire meglio e “di più”. Allarga l’area della coscienza, come scriveva Allen Ginsberg. Hai la sensazione, sempre usando le parole del poeta americano, che "Dio stia per mostrarti il suo volto".
Dall’altro, ogni tossico riferisce di sentirsi solo, isolato, abbandonato. Come la ferita maggiore non fosse la droga in sè, nemmeno le sue conseguenze fisiche, il dolore a cui approda l'abuso. No, la vera ferita è l'abbandono, il sentirsi disertato, la mancanza d'amore.
LE ULTIME PAROLE
Il 5 aprile 1994 Kurt Cobain si barrica in una stanza della sua casa, blocca la porta-finestra con uno sgabello e scrive un messaggio al suo immaginario amico Boddah. Quindi infilza il messaggio sul pannello dove è solito lasciare gli appunti. Infine si siede, prende un po’ di droga, afferra una calibro 20, la appoggia al cranio e preme il grilletto.
Non mi interessa la noiosa dietrologia (tipo: lettera scritta o meno quel giorno, suicidio o omicidio, ruolo della moglie Courtney Love, ecc.) che non aggiunge, né toglie nulla alla disperata esistenza di Cobain. Lascio ad altri il rebus delle ipotesi e dei complotti.
A me basta sapere che stava male, che aveva già rischiato di morire più volte, che era disperato. E mi bastano queste frasi tratte dal suo ultimo messaggio che, come dice lo stesso Cobain, “dovrebbe essere abbastanza semplice da capire” “venendo dalla bocca di un sempliciotto che ovviamente preferirebbe essere un castrato, infantile musone”.
Scrive Cobain prima di spararsi (lo stampatello è mio):
“Io sono troppo sensibile. Ho bisogno di essere un po’ stordito per ritrovare L’ENTUSIASMO CHE AVEVO DA BAMBINO. […] C’è del buono in ognuno di noi e penso che io amo troppo la gente, così tanto che mi sento troppo fottutamente triste. IL PICCOLO SENSIBILE E TRISTE. PERCHE’ NON TI DIVERTI E BASTA? NON LO SO! Ho una moglie divina che trasuda ambizione e empatia e una figlia che mi ricorda troppo QUANDO ERO COME LEI, PIENO D’AMORE E GIOIA, bacia tutte le persone che incontra perchè tutti sono buoni e nessuno le farà del male. E questo mi terrorizza a tal punto che perdo le mie funzioni vitali. Non posso sopportare l’idea che Frances diventi una miserabile, autodistruttiva rocker come me. Mi è andata bene, molto bene durante questi anni, e ne sono grato, ma è DALL’ETA DI SETTE ANNI CHE SONO AVVERSO AL GENERE UMANO”.
Non l’ho conosciuto, ma sono certo che Cobain, come i miei amici tossici che non ci sono più, avrebbe volentieri scambiato la sua vita da rockstar per una esistenza meno “celebre” e trasgressiva, ma modestamente felice, o come minimo “vitale”. Una vita che gli avesse permesso di veder crescere sua figlia Frances. Una vita che non gli avesse chiesto quell’olocausto di sé che così lucidamente ha descritto con le ultime parole in calce allo stesso messaggio:
“Frances e Courtney, IO SARO’ AL VOSTRO ALTARE. Ti prego Courtney continua così, per Frances, per la sua vita, che sicuramente sarà molto PIU’ FELICE SENZA DI ME”.
Ogni tossico è una vittima immolata alla mancanza d'amore.
Una preghiera per Kurt Cobain e gli amici che non ci sono più.