Ho sempre ritenuto la nostalgia un sentimento "pericoloso": al meglio àncora al passato, rende farraginoso il rapporto con il presente, alimenta un senso di inadeguatezza.
Al peggio, reprime i cambiamenti, antepone la tradizione alla verità e alla giustizia, si frappone al fluire delle vicende umane che, per quanto caotiche e non sempre rivolte al bene, comunque appartengono ai loro tempi, i quali mai possono tornare indietro tali e quali.
Questo in tutti i campi: la politica, la vita sociale, gli usi e i costumi, financo i rapporti umani. Avere nostalgia per i bei tempi andati, per per le ideologie che furono o per quando non c'era Internet, per la famiglia vecchio stampo o per quando gli uomini erano galanti con le donne, va bene come chiacchiera da bar, ma se diventa una piattaforma culturale allora i rischi sono evidenti: è proprio necessario ricordare come la famiglia vecchia stampo era basata sul potere maschile e la sottomissione dei figli? Dobbiamo proprio rammentare il perché certe ideologie, certe correnti politiche e culturali, sono fallite, scomparse, dissolte dalla loro stessa intrinseca violenza e dis-umanità?
Sia chiaro: non tutto ciò che è nuovo, contemporaneo, ostile al passato è giusto e necessario. Ma da questo a vivere nella nostalgia o fondarla come un sentimento-guida, molto ne passa.
E sia altrettanto chiaro: anch'io provo nostalgia. Per i miei vent'anni, per l'infanzia che avrei voluto avere, per i momenti importanti e soprattutto per le persone che non ci sono più. Ma sono fatti miei, mai e poi eleggerei la mia privata nostalgia a bandiera collettiva.
Dico questo perché ieri sera ho visto un film molto interessante: HOLY MOTORS di Leos Carax.
Girato in modo eclatante (che non vuol dire gratuitamente astruso, ma dove ogni segno audiovisivo corrisponde a un significato autonomo e a un senso complessivo, e non meramente al gusto del suo autore) e interpretato in modo altrettanto superlativo da Dennis Lavant - che ho avuto il piacere di dirigere in IO SONO CON TE - HOLY MOTORS racconta la fine del cinema, la morte dello spettacolo cinematografico, il declino della capacità del cinema di suscitare emozioni, di farsi vita, di coinvolgere lo spettatore in un TUTTO che è l'esistenza stessa. E lo fa, ripeto, con qualità audio-visive di rara potenza e puntualità.
Il suo unico limite, ma è un macigno, è che è un film nostalgico, e quindi compresso, disperato, morto. Nichilista suo malgrado.
Carax vede la fine del cinema e la piange con artistica immaginazione e nostalgia per 110 minuti.
Peccato, perché un simile talento potrebbe esssere speso meglio: Carax, c'è un mondo lì fuori che chiede di essere raccontato, c'è un essere umano da salvare e amare, un essere che non si può ridurre al cinema ma che lo trascende e anzi lo rende possibile. Non c'è cinema senza umanità: raccontala, filmala, cantala Carax, tu che puoi.