QUENTIN TARANTINO e I PADRI IMMATURI

Guardatevi questa intervista. Prima di tutto, riflettete: se Berlusconi, Benedetto XVI o Barack Obama avessero trattato così un giornalista, con la stessa aggressività, che cosa avreste pensato? Un po’  arrogante, no? Forse qualcuno obietterà "ma Tarantino è un grande artista, può permettersi di dire quel che vuole e come vuole". Dissento: so che i giornalisti possono essere irritanti come qualsiasi altra categoria professionale, ma questo non esime dal trattarli con il dovuto rispetto. Del resto, senza giornalisti, come farebbe Tarantino a promuovere i suoi film? Ma non è questo l'argomento che mi interessa sollevare.

Entriamo nel merito. La domanda posta dal giornalista di Channel 4 ammicca a un vecchio luogo comune della pedagogia moralista: c'è violenza tra i giovani perché i giovani vedono film o videogames violenti. Basta non farglieli vedere e la violenza cesserà.Non c'è bisogno di aver studiato psicologia  per rendersi conto che è una analisi lacunosa e fuorviante.  La violenza di chicchessia affonda le proprie radici in un'infanzia negata e repressa, all'insegna delle punizioni e di una pedagogia basata sulla coercizione. Se bastassero dei film o dei videogames violenti per scatenare la violenza di qualcuno, allora la nostra specie si sarebbe già estinta da un pezzo. E infatti Tarantino aveva dichiarato in passato: "Violent films don’t turn children into violent people". Fin qui, concordo con lui.

L'intervista del pervicace giornalista britannico alla star del cinema americano però ci porta a considerare un altro aspetto della questione:  tutta la violenza, al cinema, è infatti uguale? Ogni inquadratura di violenza è identica ad ogni altra inquadratura sullo stesso argomento? La rappresentazione di ogni stupro, ogni vendetta, ogni omicidio è uguale a qualunque altra?

Penso proprio di no ed è facile comprendere come, rispetto a quelli di Tarantino, siano differenti i modi della rappresentazione della violenza di  Rossellini o Kubrick,  Bresson o John Woo, Dreyer o Kim Ki-Duk, Pasolini o Haneke, tanto per citare alcuni casi significativi.

Tarantino non a caso perde la staffe quando l'intervistatore insiste a chiedergli di motivare la “sua” posizione sulla violenza nei film, cioè ad entrare nell'argomento, articolando il suo pensiero, senza nascondersi dietro al paravento dell'intervista promozionale: "siamo qui per vendere il mio film", come se il suo film non facesse parte di un più ampio sistema antropologico, culturale e ideologico chiamato vita sociale. Quella vita sociale che permette l'esistenza stessa del cinema di Tarantino.

Dato che pochi istanti prima il regista aveva detto "se le persone vogliono  conoscere che cosa ne penso, è sufficiente che cerchino le mie risposte su Google. Ne parlo da 20 anni", sono andato su Google e ho trovato queste dichiarazioni a lui attribuite:

“Violence is one of the most fun things to watch”

"Adoro la violenza nel cinema! Dagli spaghetti western ai film di samurai, dai film cinesi di arti marziali al filone di vendetta all'horror, la violenza mi eccita"

"Per me la violenza è un soggetto del tutto estetico. Dire che non ti piace la violenza al cinema è come dire che al cinema non ti piacciono le scene di ballo"

Queste citazioni - le più gettonate quando si digitano i termini "Tarantino + violenza" sul noto motore di ricerca - mi fanno comprendere perché (a me che la violenza al cinema in sé e per sé non disturba) ho trovato insopportabile e “oscena” la rappresentazione della vendetta sui soldati tedeschi in UNGLORIOUS BASTERDS  .

Il problema non è la vendetta in sé - Renè Girard vi ha dedicato pagine sublimi - quanto il modo della sua rappresentazione, la posizione del cineasta rispetto ad essa, la visione che il testo cinematografico ne propone. Una visione, nel caso di quel film, che non determina di per sé la violenza degli spettatori, ma può costituirne il substrato concettuale, funzionale alla sua giustificazione nella vita reale perché il cinema è vita: la vendetta non solo è giusta e terribile come sosteneva l’Antico Testamento o il cinema di Sergio Leone, ma è bella, figa, divertente, allegra, spensierata.

Sempre nella stessa intervista, Tarantino aggiunge:  “Ne parlo da 20 anni. Non ho cambiato la mia opinione di una virgola”.

Penso che sia segno di maturità, nella vita di un cineasta come di qualsiasi essere umano, di tanto in tanto cambiare opinione, rimettersi in discussione. Ad esempio, interrogandosi sul proprio modo di fare cinema che poi è sempre un modo di vedere il mondo, di rappresentarlo e di crearne uno.  Altrimenti ci si ritrova ad essere come quei padri immaturi che, a corto di argomenti di fronte alle richieste di un figlio - soprattutto quelle più ragionevoli ma scomode - invece di dialogare rispondono isterici: “Chiudi quel becco!”.