Ci sono film che descrivono il mondo - qualsiasi mondo, tra i tanti dentro cui viviamo -, altri che cercano di capirlo. "I colori della passione" - discutibile titolo italiano del ben più complesso "The Mill and The Cross", il Mulino e la Croce - è uno di questi e lo fa in modo sublime. Mettendo in scena la propria lettura del quadro di Pieter Bruegel il Vecchio "La salita al calvario", l'artista e regista polacco Lech Majewski ci dice prima di tutto che l'arte è una realtà, non meno concreta e "fisica" degli oggetti e delle relazioni.
"I colori della passione" restituisce valore sociale all'arte, strappandola alla muffa dei musei e alla narcosi dell' "arte per l'arte" e, facendolo, obbliga a interrogarci sulla natura del Dio che si fa Uomo, perché la grande arte altro non è che un continuo travaglio alla ricerca del volto antropologico del divino. Vetta sempre irraggiungibile, eppure sempre e solo avvicinabile a partire dalla comune realtà corporea, la materiale natura umana, il "tempio dello Spirito" di san Paolo. O come diceva Tertualliano: "la carne è il cardine della salvezza".
Bruegel - e con lui Majewski - ci dicono che Gesù è piccolo, là in mezzo alla folla dei suoi carnefici e muti spettatori pietosi, incastrato tra le pieghe della Storia e del Tempo che solo l'artifizio artistico può arrestare, solo per un istante. Cristo rimane piccolo, ma Maria è lì, in primo piano, a fare da simmetrica testimone al dolore e alla speranza dell'umano.