PASOLINI: IO SONO CONTRO L'ABORTO

Non sono un fan acritico di Pier Paolo Pasolini, ma gli riconosco, tra gli altri, il merito di aver letto con grande lucidità la transizione dall'Italia rurale a quella urbana avvenuta durante gli anni del boom economico. Una transizione - che non riguardava a ben pensarci solo l'Italia - segnata dal passaggio da una cultura coercitiva (da lui chiamata clerico-fascista) ad un'altra apparentemente liberatoria, ma altrettanto oppressiva, fondata su una nuova e ancor più penetrante manipolazione del corpo umano: quella della rivoluzione sessuale, del consumismo nevrotico, del "io sono libero", della mancanza di limiti e dei diritti come nuova religione.

All'epoca, lo ammetto, come tanti della mia generazione, non capii e la critica di Pasolini a quelle che noi apparivano come conquiste di libertà (il sesso primo fra tutti), ci suonarono conservatrici e stonate. Per forza: noi eravamo ancora nel passaggio, lui aveva visto oltre.

Come tutti i profeti, non sempre Pasolini aveva compreso quel che stava "vedendo", ma a differenza di noi si era accorto della catastrofe antropologica che stavamo allestendo proprio mentre celebravamo la nostra presunta auto-determinazione. Stavamo consegnando il nostro corpo al dominio di nuovi padroni: la scienza, la tecnica, il capitale immateriale, il nichilismo, il relativismo. In sintesi: credendo di liberarlo sbarazzandoci del Sacro, consegnavamo il corpo umano a nuove divinità pagane.

Per questo, oggi - in cui opposte fazioni si affrontano su temi come l'aborto, l'eutanasia, la bioetica, il matrimonio fra persone dello stesso sesso, ecc. - penso sia importante riproporre  questo testo del 1975, in cui Pasolini appoggiando i referendum radicali, dichiarava la propria inequivocabile opposizione all'aborto. Pasolini sosteneva la necessità di una legge che regolasse/eliminasse l'interruzione clandestina delle gravidanze (e quindi, di conseguenza, tutelasse la donna), ma non nascondeva come ogni aborto si fondi su un omicidio, sul non-riconoscimento di una vittima, il nascituro.

Ma non è solo per questo che penso sia importante riproporlo. Il testo è sintomatico di come anche un grande pensatore e artista, quando la sua stessa identità è chiamata in causa, è il primo a non arrivare fino in fondo, a trarre tutte le  conclusioni a cui lo dovrebbero condurre le sue stesse premesse. Mi riferisco al discorso sull'omosessualità.

Pasolini denunciava con forza come, all'epoca, la rivendicazione del "coito libero per tutti" non riguardasse i cosiddetti "diversi", i quali erano oggetto di discriminazioni e intolleranze. Bene, meno di quarant'anni dopo, il presidente degli Stati Uniti ha dichiarato di ritenere legittimo il matrimonio tra persone dello stesso sesso e in buona parte degli stati europei queste unioni sono legalizzate. In Italia molte forze politiche sostengono la necessità di leggi che permettano questo tipo di unioni e, stando ai sondaggi, ai media e alla cultura, la maggioranza degli italiani è favorevole alla loro regolamentazione. Esattamente come accadde per l’aborto.

Ma allora, usando le parole dello scrittore, non siamo anche in questo caso di fronte a un'altra falsa tolleranza del nuovo potere? Non si tratta, anche qui, di una libertà illusoria che apre la strada a una più perniciosa intolleranza? Sbarazzandoci del Sacro antico (l’inizio e la fine della vita, nonché l’unione tra uomo e donna - per altro, come dice la stessa parola “matrimonio”, stabilita per tutelare la donna dal potere del maschio), non stiamo ancora una volta aprendo la strada al post-umano?  Solo ai beceri reazionari può apparire legittimo invocare il ritorno al passato - ad esempio, ricacciando l’omosessualità nel buio dei divieti e delle persecuzioni - ma siamo sicuri che l“io faccio quel che mi pare” sia una vera strada di liberazione?

Permettetemi di credere che Pasolini, se fosse vivo oggi, a chi in nome del diritto al matrimonio fra persone dello stesso sesso chiama in causa l’amore, avrebbe ricordato come il matrimonio non è stato inventato per sancire un amore, ma per garantire la donna e i figli: “La parola matrimonio deriva dal latino matrimonium, ossia dall'unione di due parole latine, mater, madre, genitrice e munus, compito, dovere; il matrimonium era nel diritto romano un "compito della madre", intendendosi il matrimonio come un legame che rendeva legittimi i figli nati dalla unione. Analogamente la parola patrimonium indicava il "compito del padre" di provvedere al sostentamento della famiglia”.

Ma tanti scrolleranno le spalle e diranno che anche Pasolini era “vecchio”, che i tempi sono cambiati…