Storia di una foto; l'immagine non è mai neutra

Questo scatto dello spagnolo Samuel Aranda per il New York Times ha vinto il premio World Press Photo 2012, assegnato ogni anno dall'organizzazione mondiale dei foto reporter. Nell'immagine è ritratta una donna che sorregge un ferito durante le manifestazioni anti-governative a Sanaa, in Yemen, il 15 ottobre 2011. Uno dei tanti focolai della cosiddetta primavera araba.
Molti osservatori hanno registrato similarità e affinità con la Pietà michelangiolesca, parlando di universalità del tema. Mi sembra un'analisi corretta, ma fino a un certo punto. Qual'è l'universalità di cui ci parla questa fotografia: quella del prestare soccorso ai feriti o di una condizione femminile sottomessa e vessata?
Alcuni critici di fotografia hanno parlato di eccesso di formalismo a discapito del senso. A me sembra vero il contrario, a patto che si legga questa immagine fino in fondo, andando oltre la superficie, analizzandola in tutte le sue componenti.
Il presidente della giuria Aidan Sullivan ha commentato: «Si tratta di una foto profondamente iconica, in cui è preponderante l’elemento della sofferenza umana e allo stesso tempo della compassione». 
La compassione "di" chi? Della donna di cui non leggo il volto perché le è proibito mostrarcelo, magari da quello stesso uomo (marito, padre, fratello, financo figlio: non ci è dato sapere) che regge in grembo? Mi si dirà: ma questa è la loro cultura, sei razzista verso i musulmani, islamofobo!
Uno dei lasciti di IO SONO CON TE è che adesso posso annoverare un bel numero di amici arabi, donne e uomini. Il differente credo religioso non mi ha mai impedito di stabilire con loro dei sinceri, calorosi rapporti umani. Eppure, alla loro cultura, preferirò sempre quella di chi ha potuto raffigurare la Madonna fin dai primi secoli senza doverne coprire il volto. Per quanto si possa detestare il papato romano, nessun erede di Pietro si è mai sognato di celare il viso di una donna. E non mi si venga a parlare delle suore: non tutte sono la Monaca di Monza, così come molte donne musulmane sostengono di "scegliere" il niqab (per quanto, nei “Promessi sposi” siamo di fronte a un'evidente ingiustizia, mentre nel secondo dobbiamo fare i conti con Corano, sura 4, versetto 34: “Gli uomini sono preposti alle donne, a causa della preferenza che Allah concede agli uni rispetto alle altre”).
La compassione "per" chi? La donna? Il manifestante ferito, magari quello stesso marito, padre, fratello, financo figlio che scende in piazza per combattere un regime corrotto e dispotico e poi torna a casa e opprime la moglie, figlia, sorella, financo la madre, perchè vuole togliersi il niqab o anche solo poter respirare sotto quello scafandro nero che d'estate s'infuoca?
Detesto fare paralleli troppo semplici - si finisce sempre per puntare il dito contro qualcuno, e bollare gli altri come retrogradi, o non accorgersi dei cadaveri nel proprio armadio - ma so che il morto nella Pietà di Michelangelo è un innocente, oltre ogni ragionevole dubbio. Innocente come un bambino. Sarei felice di sapere che anche quel ferito lo è: non perché la mia pietà verso di lui sarebbe diversa o maggiore (la misericordia non deve conoscere vincoli), ma perché la nozione della sua innocenza mi aiuterebbe a guardare meno intensamente quella fessura che nasconde gli occhi della donna. Ma finché tra me e quella donna c’è un niqab, questa immagine è tutt’altro che un mero esercizio di stile. E’ sostanza, perché le immagini fotografiche e filmiche non sono mai neutre. Nella loro apparente immediatezza, esse celano mondi. Tutto sta nel coglierli. L’immagine di un padre che prende a sberle un figlio o di un bambino che viene circonciso possono apparirci - e quotidianamente ci appaiono - normali, insignificanti, persino buffe o folcloristiche.
Finché non proviamo a metterci nei panni della vittima.