Un articolo sul Manifesto di domenica 30 gennaio 2011

LAVORARE CON LENTEZZA - Considerazioni sulla forza creatrice del lavoro

 

 Mi dicono che i metalmeccanici sfilino cantando “Lavorare con lentezza”. Me ne compiaccio, anche se di questi tempi di disoccupazione diffusa il testo quella canzone rischia di assumere significati indesiderati. Me lo immagino qualcuno che mormora “sì, lavorare con lentezza… se un lavoro ce l’hai!”.

In realtà, la notizia mi fa felice soprattutto perché spero che Enzo Del Re, autore del brano, possa ricavarne prima o poi qualcosa in diritti d’autore, dato che la sua situazione economica è sempre stata alquanto traballante; anche se non mi stupirei di scoprire che il cantastorie da Mola da Bari non ha mai provveduto a registrarla, tanto diretto e inattuale è il suo atteggiamento verso la musica, erede di una tradizione di giullari e menestrelli che certo non conoscevano la Siae.

L’idea di chiamare “Lavorare con lentezza” il film del 2004 su quella meteora chiamata Radio Alice e il movimento attorno a essa (il brano apriva tutti i giorni le trasmissioni della radio), venne a Wu Ming e al sottoscritto in sede di sceneggiatura. Ci parve uno slogan ideale per tempi di lavoro immateriale e materialmente poco tutelati come quelli dell’allora rampante net-economy. Domenico Procacci la accolse, senza entusiasmo, ma con il consueto rispetto per i suoi autori. Il mercato cinematografico lo giudicò un titolo troppo bizzarro, persino respingente. Eppure, per noi, il rifiuto del lavoro quale cardine centrale di un’esistenza era il tratto più originale e sempre prolifico dell’elaborazione del gruppo attorno a Radio Alice. Una linea minoritaria -  schiacciata da un lato dalla retorica del “lavoro che nobilita l’uomo” e “senza lavoro non si mangia”, dall’altro dalla muscolarità operaista dei duri e puri - ma non per questo meno acuta e degna d’attenzione. Anche oggi, in cui il lavoro è nuovamente cambiato, ma l’opzione di rallentare il ritmo, di uscire dal motore della produttività quale metro di strutturazione della vita, rimane attuale e necessario.

Devo fare però una pubblica ammissione: io non lavoro mai lentamente. Anzi, e non ne gioisco, per quanto impieghi molto tempo a realizzare i miei film - a causa di una meticolosità eccessiva e un po’ nevrotica - in ogni fase della realizzazione vado come un treno.

Pur cospargendomi il capo di cenere per tutte le volte che ho messo fretta a qualcuno, non penso si tratti però di una contraddizione. Criticare la produttività e la redditività quale unico orizzonte in cui inscrivere il valore di un individuo, non significa negare la forza creatrice del lavoro. Lavoro è dipingere la Cappella Sistina e comporre “A Love Supreme”, arare un campo e crescere dei bambini, curare dei malati e costruire una casa. Lavorare non è vendere la propria vita al solo al fine di reperire un salario da spendere in servizi indecenti e consumi superflui. Non è quindi la fatica o la velocità il vero discrimine: è l’orizzonte in cui questo lavoro è collocato a fare la differenza. Anche lavorare velocemente può essere un’opportunità di libertà. Enzo Del Re, quando suona la sedia e canta le sue canzoni molesi, va anche lui come un treno. Senza fare alcuno sforzo.

Guido Chiesa