A proposito del'intervento di Wu Ming su IO SONO CON TE

Miei cari,

prima di tutto vi ringrazio di cuore per aver cercato, con i mezzi diretti che vi sono propri, di sottrarre il film allo strangolamento di un mercato sempre più tarato sul consumo da “centro commerciale”. Modello in cui, tutti coloro che producono e fruiscono cultura, in un modo o nell’altro, vivono e con cui devono fare i conti. Ancor di più, vi riconosco l’onestà e la liberta intellettuale con cui avete preso in esame un testo che molti non-credenti, pur non avendolo visto, ritengono a priori “palloso”.

Purtroppo hanno vinto loro. Il popolo dei “chisssenefrega della Madonna”, unito a quello dei credenti a cui non interessa ragionare, ma solo vedersi confermati (benché il film non contraddica nessuno degli assunti dottrinali della Fede cristiana), ha disertato le sale. Non lo ha bocciato dopo averlo visto: non è semplicemente andato a vederlo.

La logica del mercato non conosce eccezioni: Io sono con te è destinato a rimanere una meteora, con buona pace di chi non vuole che certi testi vengano realizzati, di chi si lamenta del Pensiero Unico o dell’appiattimento culturale. Altrui, mai il proprio.

Per tutto ciò, vi sono debitore.

Su una cosa, però, prima di entrare nel merito delle vostre osservazioni, vi devo invitare a riflettere: perché, pur conoscendo la genesi del progetto, non segnalate mai che il film è stato immaginato, voluto e progettato da donne, da madri. E che io o il co-sceneggiatore Filippo Kalomenidis siamo stati solo gli strumenti, e non viceversa.

Non credete che questo faccia la differenza? Non pensate che prima di parlare di “idealizzazione della maternità”, dovreste riferire come questo progetto è stato voluto da donne che non vivono sulla Luna, ma in quel “groviglio caotico” che è il mondo lì fuori?  Che si occupano da anni di bambini e di ineluttabili esigenze domestiche, di corse per portarli e andarli a prendere a scuola, di tempi lavorativi sempre troppo stretti e di papà che ci sono poco. Insomma, donne che vivono nel presente di una condizione femminile per nulla ideale o idealizzata.

Ci si è interrogati spesso sul nostro rapporto con il femminile e ci siamo detti della difficoltà di farci carico del punto di vista delle donne. Poi, alla prima occasione, ci scordiamo di dare loro quello che gli appartiene. In primo luogo, Maeve Corbo, le cui idee su Maria, in relazione a temi come la gravidanza, il parto, la relazione madre-figlio/a, il rapporto genitori-figli, la potenza del femminile, ecc. ci hanno sedotto e, lentamente, oserei dire misteriosamente, aperto il cuore e la mente. Quindi Nicoletta Micheli, che ha avuto l’intuizione di trasformare queste idee in un film, di scriverlo e seguirlo in ogni sua fase,  conducendo un estensivo lavoro di ricerca sugli aspetti storici e biblici impliciti nel progetto. Relazionando sempre queste ricerche con l’orizzonte antropologico da cui partiva la lettura di Maeve, dove le scoperte delle neuroscienze o gli studi psicologici non costituivano mai il punto di approdo, la “tesi da dimostrare”, ma solo dei grimaldelli per scardinare il linguaggio e le immagini dei Vangeli dell’infanzia.

Questa dimenticanza non credo sia casuale e, per molti aspetti, è strettamente collegata alle vostre letture e alle criticità che riscontrate nel film. Premettendo che non posso non trovarmi in sintonia con la maggior parte delle vostre analisi, nel senso che collocano il film in un contesto archetipo e universale che ci appartiene e che condividiamo, voglio tornare al punto che, fin dal vostro post iniziale, segnalate come il limite principale dell’operazione: il rischio “di idealizzare la figura materna”.

WM4 sottolinea che nel rapporto madre-figlio(a) si “trova spesso la radice non solo del bene che ci viene trasmesso ab origine, ma anche dei guai che ci accompagneranno per il resto dei nostri giorni”. Noi sottoscriviamo questa posizione, ma avremmo tolto l’avverbio spesso. Una considerevole mole di studi, neuroscientifici prima ancora che psicologici, ci confermano che gli individui si formano nei primi tre anni di vita. Anni in cui l’amore, il rispetto fisiologico e la fiducia creano individui più equilibrati e in pace con sé stessi, nel corpo e nella mente. L’imprinting che ogni essere umano riceve nei primi anni di vita, soprattutto nella relazione con la madre, è la base operativa che utilizza per il resto della vita. Nel bene come nel male. Quello che accade dopo può creare molti danni o generare ulteriori inciampi, ma se l’imprinting è stato positivo, è difficile  deragliare, perdere equilibrio: non ci riusciranno le generali condizioni culturali e psichiche, tanto meno quello socio-economiche[1].

In questa prospettiva, a poco serve ricordare come nel mondo in cui viviamo le donne siano immerse in una realtà sociale e lavorativa che presenta enormi ostacoli, in cui il rapporto madre/figli, genitori/figli è sottoposto a continue tensioni. Perché il rischio evidente è di ritrovarci a dire “conveniamo che il rapporto tra madre e figlio/a è fondante, ma dato che viviamo in un mondo che ostacola la naturalezza fisiologica di questo rapporto, allora occupiamoci di altro”. Insomma, molliamo il colpo e accettiamo lo status quo.

Nessuno vuole ritornare al passato tout court, perché, come il presente, il passato era segnato dall’interferenza: interferenza sul corpo delle donne, sul parto e l’allattamento, sul loro rapporto con il nascituro/a prima e il figlio/a poi. Che la imponessero tutte le grandi civiltà patriarcali o religioni, che la sostenessero la pediatria e la pedagogia dai Greci all’Illuminismo, che lo faccia oggi buona parte della scienza medica, non cambia i termini del discorso, ma ne conferma la centralità [2].

Se scindere la simbiosi madre-figlio/a nei primi momenti di vita, interferire con questo legame naturale e universale, significa mettere a rischio il benessere della madre e del piccolo/a, allora non siamo di fronte a un’idealizzazione della maternità, ma alla semplice presa di coscienza di una condizione fisiologica, naturale e universale che accomuna gli umani e che può molto facilmente deragliare (ci piace azzardare sia proprio questo il libero arbitrio…). C’è chi parla dei nostri tempi come post-umani: e se il punto d’arrivo di questo processo non fosse altro che il sottrarre alle donne il loro potere di dare la vita e di custodirla nella fase più delicata dell’esistenza di ogni individuo? Che le società moderne abbiano pesantemente incrinato questo primato naturale e know how femminile è uno dei tanti segni, forse il più sintomatico e sottovalutato, del passaggio al post-umano. Non è mai esistita un’Età dell’Oro, ma con l’acqua sporca abbiamo letteralmente buttato via anche il bambino. La vittima innocente.

Mi sembra infatti che, dal discorso mosso da WM4 e tutto sommato anche dagli altri interventi, manchi sempre la dimensione dell’innocenza della vita che viene al mondo, di ogni vita. Che nel film sosteniamo con forza. Contro le teorie freudiane o la maledizione del Peccato Originale, contro il determinismo genetico o ogni metafisica del Male innato, contro la mistica del Lato Oscuro o i riduzionismi socio-politici. Perché è la rivendicazione di un passato (il nostro) che poteva essere diverso, e il segno di una speranza che sono i nostri figli, a cui pensiamo valga la pena cercare di dare il meglio che la loro umanità attende e chiede.

Il riconoscimento di un’innocenza che è troppo spesso nelle mani di genitori - padri e madri - che si credono dei Padreterni. Un’innocenza che ci appartiene, che è stata nostra, di tutti, prima delle ferite inferte da madri e padri che hanno anteposto i propri bisogni a quelli dei loro piccoli. Figli che, una volta diventati adulti, hanno smesso di fare figli o hanno inferto ai loro lo stesso trattamento subito, mascherandolo dietro regole o risentimenti, Leggi o tradizioni, paure o semplici coazioni a ripetere.

Quello che proponiamo è di invertire positivamente il discorso, mentalmente e nei fatti: incominciare a cambiare il mondo partendo da qui: una mamma e un bambino/a per volta. Lasciando che nelle prime fasi della vita (iniziando dal concepimento) le madri possano, senza interferenze e ansie di prestazione (o guadagno, o visibilità sociale, o nevrosi maschili), relazionarsi con essi. Con l’aiuto di padri che li sostengono, non in nome del femminismo o del feticismo del bambino, ma semplicemente del rispetto di ciò che è umano. Non di una ideologia o una filosofia, o di una dottrina religiosa, ma della verità dei corpi e dei bisogni primari.

 

Un’annotazione finale. Qualcuno potrebbe legittimamente domandarsi: perché, per raccontare queste cose, utilizzate la figura di Maria, madre di Cristo? La risposta è contenuta, mi sembra in modo brillante e incisivo, negli interventi di WM.

Il film non è un trattato di teologia, ma per forza di cose chiama in causa un’interpretazione dei Vangeli. Potremmo dire che sottintende una riflessione sull’Incarnazione e il ruolo del femminile nella Rivelazione, tutta ancora da svolgere e di cui Io sono con te può costituire un punto di partenza. In ogni caso, pur offrendo una lettura eterodossa, non ha alcuna intenzione di sovvertire i capisaldi della dottrina. Semmai di indagare, oltre una tradizione che rischia di diventare lettera morta - o peggio ancora clichè, folklore, favoletta - se non si (ri)porta il discorso dei Vangeli dentro quell’esperienza umana cioè corporea che proprio Gesù ha esaltato “facendosi carne”.

Infine, è un film fatto da credenti, ancora incerti e maldestri nella loro fede, ma sufficientemente memori della loro condizione di non-credenti da avere ben presente le ragioni e i sentimenti di chi si professa ateo, agnostico o quant’altro. Per questo motivo, non chiede un “atto di fede” a chi lo guarda, perché non vuole convincere nessuno su questioni che concernono la sfera religiosa. Bensì, si interroga con le armi della ragione emotiva su argomenti che riguardano tutti: tutti nati piccoli, tutti nati da donna.

Qualcuno, al proposito, ha scritto che il film utilizza idee moderne per leggere anacronisticamente Maria. Qualcuno ha lamentato di una Maria montessoriana e femminista. Se siamo d’accordo che un testo – come ogni film – non può che parlare sempre e solo al presente, è anche vero che queste osservazioni ci paiono più che altro frutto della misoginia di chi le ha espresse o del pregiudizio anti-cristiano. Senza Maria e Gesù, la Montessori non sarebbe mai esistita, come dimostra ampiamente il fatto che, nelle civiltà dove la linea giudeo-cristiana non si è sviluppata, la pedagogia dominante è rimasta quella della coercizione. Il fatto che anche nell’ambito delle culture cristiane, per secoli la pedagogia sia stata dominata dal concetto di ubbidienza e non di amore, depone solo della difficoltà di scardinare certi meccanismi psichici, mentre proprio su questo punto Gesù era stato di una chiarezza esemplare. Al punto che il noto clericale Karl Marx diceva a sua figlia che Gesù aveva messo i bambini nella Storia, perché prima di Lui non erano altro che una proprietà dei genitori e quindi, come proprietà, privi di identità.

Lo stesso dicasi per l’accusa di femminismo, da cui prendiamo le distanze solo se lo si appiattisce su una lettura - questa sì anacronistica! -  che considera le donne capaci di voce solo a partire dalla richiesta di voto o dai movimenti degli anni ‘70. Una tradizione di femmine forti, ma non per questo appiattite su modelli maschili, è presente, per quanto nascosta, in ogni grande narrazione, a partire dalla stessa Bibbia. Del resto, in un film in cui la protagonista, al cognato che la accusa di dare troppa libertà al figlio e di non avergli insegnato la virtù dell’obbedienza, risponde “Solo a Dio dobbiamo obbedienza”, ci piacerebbe sapere dove sarebbe l’anacronismo femminista.



[1] Anzi, secondo noi la stessa capacità di ribellarsi serenamente all’ingiustizia (a sovvertire la Legge con le armi del cuore) è uno degli esiti di chi è stato cresciuto nell’amore, nella legge scandalosa dell’amore. Accettare supinamente la Legge o contrapporsi a essa con la violenza sono due facce della stessa medaglia: entrambe non fanno che reiterare il meccanismo legalitario (e sacrificale). La prima lo conferma, la seconda ne instaura uno nuovo, destinato a diventare a sua volta oppressivo, come la Storia ci insegna.

[2] Altrettanto, chi crede che la questione del ruolo sociale delle donne sia un portato della modernità, compie un grossolano errore di prospettiva, perché il conflitto tra potenza creatrice femminile e nevrosi legalitaria maschile non risale certo alla nostra epoca. Semmai, è interessante notare come il capitalismo, creando determinate condizioni di lavoro, abbia prodotto un’ulteriore macchina di separazione tra madre e figli, in cui in cambio dell’affermazione sociale si chiede alla donna di sacrificare la propria maternità, o di renderla comunque più difficoltosa, generando nuove ansie e nevrosi. A danno, in ogni caso, dei bambini/e prima e delle donne poi.