Sabato scorso, insieme a molti altri colleghi registi e importanti personaggi del mondo dello spettacolo, della cultura e dell'arte, ho potuto presenziare in Vaticano all'incontro organizzato dalla Santa Sede tra il Papa e i cosiddetti "artisti". Non è mia intenzione giudicare i criteri con cui sono stati scelti gli "artisti", tanto meno commentare le parole di Benedetto XVI, che mi sono sembrate al minimo misurate e stimolanti (quale altra figura del mondo contemporaneo riesce a citare, nel medesimo discorso, con coerenza e non per mero sfoggio intellettuale, Georges Braque e Von Balthasar, Dostojevski e Sant'Agostino?).
Mi interessa invece raccontare una piccola, breve esperienza personale, credo condivisa da molti in quella sede. L'incontro, infatti, si è svolto nella Cappella Sistina e, per ragioni di protocollo e sicurezza, l'ingresso è stato consentito fin dalle 9, quando l'incontro con il Papa era previsto per le 11. Come molti ho voluto approffitare dell'occasione e sono arrivato verso le 9.15: quando mai avrei potuto godere della visione della Cappella senza folla e per un tempo così lungo?
Per le restanti altre due ore, come molti altri, sono stato con il naso appeso al soffitto, gli occhi a perlustrare ogni dettaglio riuscivo a carpire dell'opera di Michelangelo e dei suoi artigiani. Rivolto all'insù, a guardare peccatori e santi, anime dannate e anime salvate. All'insù, verso l'alto. Piccolo e limitato. Come tutti gli altri: grandi nomi e artisti di fama, giocolieri e soloni della cultura contemporanea. Tutti piccoli e limitati. Gli occhi verso l'alto. Com'è giusto che sia.