LE PERE DI ADAMO tra Parigi e il nulla

L'11 giugno, nell'ambito della seconda edizione del ciclo « Histoires d’It. Le nouveau documentaire italien »  dedicato al panorama contemporaneo del documentario italiano, LE PERE DI ADAMO verrà proiettato all'Istituto Italiano di Cultura di Parigi. Ciò accade mentre il film, a quasi due anni dalla sua realizzazione, non riesce a trovare spazio in Italia.

Prodotto con i fondi del Ministero in co-produzione con Francia, Danimarca e Svizzera, presentato alla Festa di Roma nel 2007, ben accolto dal pubblico e tutto sommato dalla critica, è stato praticamente snobbato dal mercato. I buyer televisivi e i distributori, inclusi i due (Fandango e Movimento) che avevano inizialmente dato disponibilità, non sapendo in che casella metterlo, l’han semplicemente ignorato, ricorrendo alla formuletta “bello ma difficile”. Li capisco: non c’è denuncia, né polemica politica, non è un film storico e nemmeno un saggio scientifico. Dunque, è inutilizzabile, inve(n)dibile.

La vicenda distributiva di LE PERE DI ADAMO è emblematica dello stallo in cui si versa in questo paese l'industria dell'audiovisivo (siete pregati di astenervi dall'accusare Berlusconi anche di questo...). La situazione delle sale italiane è disastrosa: tutti i distributori - esclusi gli americani - utilizzano lo stesso, limitato numero di sale, tutte in mano a un unico gestore. I costi di distribuzione poi (copie, pubblicità, trailer) sono molti alti e senza possibilità di rivalersi sul fronte televisivo, diventano proibitivi, visti i modesti incassi nelle sale dei film italiani, in particolare dei documentari.

In questo contesto, con rare eccezioni, i documentari hanno una diffusione assai limitata. Nulla che, con le proprie gambe, possa reggere un mercato e dar da mangiare alle centinaia di cineasti e produttori che nell’ultimo decennio si sono lanciati in questo tipo di produzione. La programmazione tv  (Rai e Sky) è troppo asservita a logiche che non tengono conto della qualità e, soprattutto, obbligano i cineasti e i loro produttori a ragionare come dei dipendenti televisivi.

Le soluzioni alternative non hanno respiro. L’home-video, nell’epoca del P2P, ha vita modesta. I soldi pubblici, per quanto sacrosanti, non risolvono i problemi della visibilità, e soprattutto non generano la domanda. I festival, pur importanti, rischiano di essere le pietre tombali del genere, relegandolo nel ghetto dei cinefili. Le distribuzioni fai-da-te, per quanto coraggiose, non possono garantire ritorni economici adeguati. L’abbassamento dei costi (tramite digitale, auto-produzione, ecc.) può valere per certi progetti, ma non per tutti.

Il nodo è appunto la televisione: senza una politica una politica televisiva che, per un periodo medio-lungo ignori l’Auditel e investa nella progettazione di prototipi, credo che il documentario italiano sia destinato a breve a ritornare nel limbo dove era relegato una quindicina di anni fa. O a rimanere nell’attuale volontarismo, lodevole e disordinato, di cineasti e produttori senza capitali.

Per quanto mi riguarda, non faro più documentari ad ampio respiro finché la situazione complessiva non sarà mutata.